Effetto Mozart

Riporto con interesse quest’articolo scritto da Gianluca Blasio sull’effetto definito MOZART.La differenza tra ascoltare e sentire puo’ modificare la nostra percezione della realta’.

“La terra ha musica per coloro che ascoltano” (William Shakespeare) Questo meraviglioso aforisma shakespeariano mi ha spinto negli ultimi tempi a riflettere maggiormente sull’atto dell’ascolto: in particolare della musica. Ascoltare la musica; ma cosa significa “ascoltare”? Proviamo a darne una definizione più precisa prendendo in prestito una citazione dalla voce “Ascolto” dell’enciclopedia Wikipedia: “L’ascolto è l’atto dell’ascoltare. E’ l’arte dello stare a sentire attentamente, del prestare orecchio. Ascoltatore è chi ascolta; ascoltare la lezione, un oratore; ascoltare con interesse tutto ciò che il professore dice. Non trattasi di atto superficiale. In psicologia ascolto è uno strumento dei nostri cinque sensi per apprendere, conoscere il tempo e lo spazio che ci circonda e comunicare con noi stessi e il mondo circostante. L’ascolto è un processo psicologico e fisico del nostro corpo per comunicare ai nostri neuroni, al cervello che li traduce in emozioni e nozioni.” Tra le esemplificazioni di ascolto qui proposte manca, a mio avviso, la più affascinante che è in effetti ciò che mi ha indotto alla riflessione: il divenire di un brano musicale. Soffermandomi su queste righe ho avuto modo di ripensare al tanto noto quanto enigmatico “effetto Mozart” su cui molto si è detto e scritto (specie negli anni ’90, ma ancora oggi è argomento assai diffuso): questa è in effetti la denominazione assegnata ad una reazione positiva ad un test di tipo logico-spaziale da parte di un gruppo di studenti volontari. E’ ciò che accadde a seguito di un esperimento effettuato nel 1993 dai due ricercatori americani Gordon Shaw e Frances Rauscher: ai volontari fu fatta ascoltare la sonata di Mozart in Re Maggiore KV448 per due pianoforti ed in seguito fu chiesto loro di sottoporsi al sopracitato test per la verifica di eventuali accresciute capacità a livello encefalico; gli esiti dell’esperimento, pubblicati sulla rivista Nature, per quanto positivi furono tuttavia nella sostanza fraintesi dal pubblico e dalla comunità scientifica.

Wolfgang Amadeus Mozart

Al di là di tutte le chiacchiere che si sono fatte al riguardo è assodato che oggi si parli del cosiddetto “effetto Mozart” in relazione ad un temporaneo potenziamento delle abilità spazio-temporali di un soggetto (sia esso un essere umano o un animale) in seguito all’ascolto di suoni logicamente e artisticamente disposti: questa in effetti era la tesi della teoria sviluppata da Shaw e Rauscher, risultata in seguito controversa poichè non è più stato possibile riprodurre l’esperimento con lo stesso effetto ottenuto dai due studiosi che rimasero nel 1997 gli unici sostenitori della sua validità. Ricollegandomi ora agli studi in merito alle possibilità/probabilità di miglioramento delle funzioni cerebrali grazie all’ascolto della musica cosiddetta “classica” (anche se io preferisco la dicitura “musica còlta di tradizione classica”) ciò che è emerso con evidenza negli ultimi anni, a prescindere dalla scientificità o meno delle conclusioni che se ne sono tratte, è in definitiva l’importanza di praticare e ascoltare musica intesa come elemento fondamentale nella formazione spirituale dell’individuo. Effetti positivi sono stati riscontrati anche nel comportamento di animali che hanno beneficiato ugualmente dell’ascolto di musica (notissimo ad esempio il caso della produzione di latte di ottima qualità da parte di bovini affidati dal fattore alle cure dei suoni); il genio di Salisburgo sembra essere il più “efficace” tra i compositori: le sue composizioni risultano tra le più stimolanti nel potenziare alcune funzioni neurologiche collegate alle capacità di organizzazione del pensiero così come del movimento ed orientamento in maniera più consapevole nello spazio e nell’ambiente circostanti…vere e proprie qualità catartiche si direbbe! Le mie riflessioni mi hanno recentemente condotto, in relazione a quanto ho scritto finora, a fare un’utile distinzione tra ascolto attivo e passivo: che ruolo può giocare la musica su un soggetto che ascolta in maniera attiva rispetto ad un altro che ascolta in maniera passiva? A mio parere vi è una differenza terminologica di cui tener conto: ascolto attivo è generalmente considerato un prestare attenzione ai suoni in maniera consapevole, cosciente, ragionata, con punti di riferimento culturali e storico-estetici di supporto; l’ascolto passivo è per sua stessa definizione, a mio avviso, un’azione incongrua. L’azione dell’ascolto vero e proprio presuppone sostanzialmente l’essere attivi, vale a dire il pensare, il ragionare e l’elaborare mentalmente il suono che percepiamo per razionalizzarlo e collocarlo in una logica d’ascolto; l’essere passivi invece comporta una “non-azione” che tende alla direzione del sentire, ossia della percezione di suoni e rumori circostanti lasciati “scorrere” alla stregua di un flusso, senza che vi sia azione razionalizzante o di elaborazione da parte del cervello.

Scegliere la musica

Se ci soffermiamo un attimo sulla seconda tipologia di “ascolto” si può dire che essa è quella che più caratterizza l’universo percettivo dei neonati o dei bambini molto piccoli, immersi nella realtà ambientale quotidiana ricca di suoni e rumori: nella sua fase infantile, infatti, l’individuo assorbe ogni tipo di stimolo sonoro in maniera sostanzialmente inconsapevole dal momento che non ha sovrastrutture o schemi mentali che gli permettano di classificare e rielaborare il materiale sonoro con il quale viene a contatto. Tutto ciò viene però a formare un serbatoio di esperienze sonore che rimarrà come “riserva” per tutta la vita; inconsciamente l’individuo in età più matura tenderà ad associare suoni e rumori ascoltati in maniera consapevole per la prima volta a esperienze precedenti di ascolto avvenute in maniera inconsapevole (con la mancanza di un bagaglio culturale di riferimento). Possiamo dedurre che le prime esperienze di ascolto (in altre parole i primi suoni con cui si entra in contatto) sono il primo importante sfondo fonico-culturale che rimarrà in “deposito” finchè non verrà sfruttato nuovamente all’occorrenza. Nel processo di crescita dell’individuo infatti i primi stimoli sonori, con i quali è venuto a contatto durante le prime fasi della vita e l’infanzia, tendono a ritornare a mo’ di reminiscenze, quasi un riaffiorare di vecchie esperienze d’ascolto da una sorta di iperuranio di platoniana memoria: passeremmo dunque da una fase iniziale di “ascolto passivo” ad una di “ascolto attivo” (sempre se voluto ovviamente) nel corso della nostra esperienza di vita. Per approfondire questo ed altri argomenti relativi consiglio di leggere il fondamentale saggio dello psicologomusicista John A. Sloboda “La mente musicale” (ed. Il Mulino, Bologna 1998) che io ho trovato molto interessante e ricco di spunti di riflessione. Possiamo dunque affermare, come indicava già a suo tempo Alfred Tomatis (famoso otorinolaringoiatra che dedicò il suo lavoro allo sviluppo di un metodo terapeutico basato sull’ascolto di molta musica mozartiana), che l’educazione dell’orecchio è importantissima: essa favorisce un miglioramento delle capacità intellettive di elaborazione, giudizio, associazione; ognuna di queste è poi relegata ad una particolare area cerebrale che tende a svilupparsi in base all’educazione musicale che viene offerta all’individuo. A questo proposito mi torna in mente una delle famose Regole di vita musicale del compositore romantico tedesco Robert Schumann nella quale si dice che “La formazione dell’orecchio è la cosa più importante. Esercitati sin dall’inizio a riconoscere note e tonalità. La campana, i vetri delle finestre, il cuculo – tenta di cogliere quali suoni producono”. Ritengo che in un mondo pieno di suoni e rumori (talvolta anche assordanti e fastidiosi) com’è quello odierno, è sempre più importante provare ogni tanto a fermarsi, ad ascoltare, cogliere il senso ed il significato profondo dei suoni che ci circondano: l’ascolto attivo è sicuramente il tipo di approccio migliore all’arte musicale. Il consiglio che darei è dunque quello di frequentare almeno una volta ogni tanto la musica dei grandi autori come Johann Sebastian Bach, Wolfgang Amadeus Mozart, Ludwig van Beethoven ecc. L’ascolto delle loro opere sviluppa la fantasia e dà grandi soddisfazioni a chi decide di goderne…lo dico per esperienza personale! Se non altro la musica classica per sua stessa natura stimola l’ascoltatore all’attenzione (e forse è proprio per questo ritenuta erroneamente più difficile da “digerire”): non sarebbe possibile ascoltare attentamente una sinfonia di Beethoven mentre si fa, ad esempio, il bucato…al termine del disco ricorderemmo poco o nulla di quanto emesso dalle casse del nostro stereo! Si è costretti dalla natura stessa della musica in questione a prendersi una pausa, a fermarsi e a riflettere nel divenire del brano musicale.

Imparare ad ascolare

Questo atteggiamento (che io trovo molto auspicabile) può essere in definitiva un primo passo verso una maggior comprensione di se stessi, dell’ambiente che ci circonda e del relativo contesto. Credo sia importante, oggi ancor di più trovandoci in una società un po’ troppo fracassona che va sempre di corsa, sviluppare la capacità di fare delle scelte e di critica, anche in relazione alla musica che ascoltiamo, preferibilmente con il supporto di un adeguato bagaglio culturale che si sviluppa progressivamente in ognuno di noi. L’ascolto consapevole, ragionato, quello “fatto con la testa” come diceva sempre durante i suoi corsi di “Storia della musica” un mio professore universitario, è uno dei modi migliori (allo stesso livello delle buone letture e del grande cinema) per sviluppare la propria intelligenza e, soprattutto, per godere totalmente della realtà che ci circonda, in particolare per quella sonora proveniente dallo stereo o nel momento in cui ci troviamo in una sala da concerto. Chiudo con le parole del musicologo Claudio Casini (cito dal suo “L’arte di ascoltare la musica”, ed. Rusconi, Milano 1995) che ritengo particolarmente appropriate: “[…] Ci si concentra nell’ascolto come nello sguardo per le arti figurative e nella lettura per le opere letterarie. Ma la concentrazione deve essere selettiva, attenta: non bisogna abbandonarsi alle vaghe sensazioni suscitate dai suoni nè rinunciare ad un giudizio personale. […] In realtà, la musica non è destinata soltanto a chi ne conosce la scrittura e ne ha studiato la tecnica. Che per capire la musica se ne debba aver approfondito i più riposti segreti, al contrario di quanto si ritiene (erroneamente) per le altre arti, è una leggenda diffusa dai musicisti, per spirito corporativo, per terrorismo culturale ma anche, specie in Italia, per una ragione giustificata dalla storia.

 

Fonte:http://www.lundici.it/2015/10/ascolto-attivo-ascolto-passivo-effetto-mozart-e-approcci-di-ascolto-odierni/

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