“Il colore del melograno” per Jaar

Artista complesso Nicolas Jaar.Non so se il suo nome vi dice qualcosa ma così giovane (ha 26 anni) avere i riflettori puntati dai maggiori musicologi del mondo non e’ poca cosa. Anche perché l’anno appena terminato e’ stato l’anno di Nicolas con la colonna sonora del film “Il colore del melograno”.Nicolas Jaar ha avuto recensioni OPPOSTE sulle sue opere.

Il colore del melograno
Non stiamo parlando di canzoncine da classifica ma di musica ricercata, complessa.
Molti hanno scritto che Nicolas era avvantaggiato sotto molto profili per la realizzazione di un progetto simile e forse conveniamo. Ma la domanda e’:quanti ragazzi cosi giovani hanno idee cosi ‘ per descrivere le atmosfere di un film?
«Avrei voluto fare qualche sonorizzazione ma il tipo che detiene i diritti del film vuole che lo si rappresenti soltanto i versione originale e non lo biasimo», afferma nella press release. «Sono sicuro che Paradjanov non avrebbe gradito che un ragazzo di New York trafficasse sul suo capolavoro…[Ho sentito l’album] un paio di volte senza guardare il film e penso che stia bene anche da solo. O perlomeno lo spero».
E’difficile descrivere il passaggio delle sensazioni che si avverte in tutto il disco,dalle sonorità più ricercate alle parti di piano delicate .La ricercatezza di queste sonorita’ che ci accompagnano in tutte le sensazioni del film non e’ compito facile.Com’e’ quest’opera?

 

Il film    (IL COLORE DEL MELOGRANO )

Pomegranates

La visione di Sayat Nova, il capolavoro di Sergei Parajanov del 1969 altrimenti conosciuto come Il colore del melograno, travalica la semplice esperienza cinematografica. Il colore del melograno è un crocevia mesmerico di cinema, poesia, pittura, musica, arte. E a maggior ragione, per chi conobbe questo film da un passaggio televisivo di Fuori orario, lo è nella magnificenza della versione restaurata presentata a Cannes Classics, che peraltro restituisce il film nel ‘Parajanov’s cut’ o versione armena, così definita anche per distinguerla dalla versione russa, quella rimontata da Sergei Yutkevic per intervento delle autorità sovietiche, che poi è quella che ha circolato anche all’estero. Vari esegeti esprimono forti dubbi, va detto, che nemmeno il Parajanov’s cut rispecchi la vera concezione dell’autore che ebbe non pochi condizionamenti e limitazioni anche dalla casa di produzione armena quando realizzò il film.
In questa edizione non rimaneggiata comunque si può apprezzare quella dimensione di stream of consciousness, di flusso ininterrotto di abbacinanti immagini, che il rimontaggio ha poi corretto e normalizzato in una struttura cronologica lineare. Dove pure comunque si arriva a una circolarità nel ritorno all’infanzia, nel poeta che vede se stesso bambino, o nel passaggio da infanzia ad adolescenza reso visivamente dalla compresenza nel quadro delle due età del poeta (troppo forte la tentazione di instaurare un ardito parallelismo – del tutto casuale naturalmente – con il coevo 2001: Odissea nello spazio).
Il film è incentrato sulla vita di Sayat-Nova, grande poeta armeno del Settecento. Parajanov, nella concezione stessa del film, esprime una riflessione teorica sulla biografia di un’artista al cinema, scegliendo una via inedita, non una storia romanzata, drammatizzata della vita o un’agiografia, non un film che rilegge la biografia di un autore attraverso la sua opera, almeno non direttamente. Parajanov ha composto l’illustrazione di un mondo pittorico che scaturisce dalla poesia di Sayat-Nova, la sua visualizzazione in immagini. La fattura pittorica si esprime in una tavolozza cromatica dove i colori spesso strasbordano, sconfinano e si diffondono. Il rosso del succo delle melagrane che imbibisce un telo, il sangue che sgorga dei montoni sacrificati, il succo dell’uva pigiata, le tinture dei tessuti, il diffondersi dei fluidi spremuti e aspersi. Ma sono strizzati anche i libri antichi, pressati e poi aperti, disseminati sui tetti, sfogliati dal vento: la poesia viene estratta dalle pagine ingiallite, fatta sgorgare e diffusa nell’aria.
La composizione delle immagini di Parajanov passa per nature morte e tableau vivant di grande complessità e geometrie, conflitti grafici di montaggio, allegorie (come la conchiglia sul corpo nudo femminile). E poi canti, danze, pantomime, sinfonie visive, musiche con ashik e altri strumenti tradizionali. La distillazione in immagini cinematografiche di una cultura antica come quella armena. Una fitta tessitura visiva che ancora induce un richiamo cinematografico lontano e casuale, ad Atom Egoyan che riconosce come le sue circonvoluzioni, in questo caso narrative, rappresentino un debito della sua origine armena nell’arte tessile dell’intreccio di arazzi e tappeti. Parajanov inserisce una fitta trama iconologica con elementi artistici, capitelli, tappeti, cammei, arazzi, bassorilievi, monasteri, intarsi, architetture medievali, realizzando una compenetrazione e una simbiosi tra immagine filmica e immagine artistica, a un livello poche volte conseguito nella storia del cinema (le vette in questo senso sono state Ivan il terribile e L’imperatrice Caterina). E in generale il regista spazia per tutta una serie di immagini sospese, di contaminazioni tra cinema e pittura e altre arti. Dall’effetto quadro di cui sopra, quando la messa in scena filmica riproduce immagini della storia dell’arte. Poco importa individuare quali siano le opere di riferimento, è evidente il tributo all’iconografia dell’epoca storica del film. C’è poi l’uso di re-cadrages, schermi secondari, quadri nel quadro con funzione perlopiù allegorica. Sublime in questo senso il momento di seduzione in cui Sayat-Nova rifugge alla tentazione frapponendo tra sé e la donna un arazzo con una raffigurazione sacra. O quella partitura di mitre con una sequenza di immagini (con un uso del montaggio simile a quello dei leoni de La corazzata Potëmkin) che portano alla crocefissione nella parte della morte dei cattolici.
Parajanov trasmette da un lato il senso del sacro, l’immagine cristologica di un poeta che passò parte della sua vita in un monastero e che fu ucciso perché rifiutò di abiurare la Cristianità e convertirsi all’islamismo. Ma allo stesso tempo emerge anche una dimensione di sensualità e seduzione, quella dell’artista licenzioso, delle sue liriche amorose. E nel finale, con la morte del poeta, si arriva al tripudio visionario dell’apparizione della Musa.
Vedere oggi questo film stupisce per come sia ancora oggi all’avanguardia, per come ci fosse già molto, per esempio, del cinema di Peter Greenaway. Non si può che fare proprie le parole di Martin Scorsese, secondo cui vedere Il colore del melograno «è come aprire una porta e camminare in un’altra dimensione, dove il tempo si è fermato e la bellezza è stata liberata». Unico rimpianto è che gli organizzatori non abbiano pensato di accompagnare la proiezione con una degustazione dall’Arménien, il miglior ristorante armeno, pare, del mondo che si trova proprio in fondo alla Croisette.

Chi e’ Nicolas Jaar

Figlio dell’artista (con un passato da illusionista) Alfredo Jaar – e con potenti riflettori puntati addosso già ai tempi dell’Università, quando studia letteratura comparata alla Brown University – il ragazzo newyorchese classe ’90 coltiva un misto di umori r’n’b e pop, passione per l’house e sensibilità techno unite da uno sguardo cinematico, l’amore per il jazz di Mulatu Astatke e la classica contemporanea di Cage e Satie.Si configura come un misto tra quella del producer elettronico e qualcosa che sfugge alle catalogazioni in un’epoca di grandi trasformazioni. Una frangia piuttosto ampia del giornalismo musicale, infatti, parla di post-dubstep, (anche se non amo catalogare la musica )racchiudendo sotto questa etichetta, anche piuttosto forzatamente, un ampio comparto di esperienze soniche che comprendono i citati musicisti e vari produttori elettronici che stanno esplorando i confini di un’ampia palette di strumentazione, con uno sguardo particolare sulle contaminazioni etniche (leggi anche alla voce “afrofuturismo”) all’interno di un inedito paradigma, quello post-coloniale.

Jaar, fin dall’inizio, è oltre le definizioni di genere eppure immerso in una wave tutta sua che per scherzo, durante una conversazione telefonica con un amico, chiama blue; un prefisso che, parafrasando, diventa una colorata-onda-solitaria-per-cuori-spezzati. La sua teoria è che in un club la gente cerchi una connessione particolare con il dj, e che questa sia possibile solo se si è soli.

La sua storia discografica

Ad accorgersi per primi di Jaar sono i tipi della Wolf + Lamb di Brooklyn, producing duo, etichetta e locale di culto (Marcy Hotel) che sta rapidamente diventando il cuore della rinascita house newyorchese a cavallo del decennio. Per la loro label, ad aprile del 2008, il ragazzo pubblica l’EP The Student ed inizia ad apprendere le basi per esibirsi dal vivo. Il 12” comprende tre tracce (più due remix di Seth Troxler e Kasper) che contengono la polpa del sound che Jaar coltiverà negli anni successivi: la traccia omonima mescola folktronica e Cage, ritmiche “fatte a mano” e brevi narrazioni per fraseggi al piano che sembrano riportare agli albori di una scena indietronica a cavallo tra Islanda, Four Tet e Mille Plateaux. Lo stesso brano, nella versione Hairstyle sfrutta una drum machine, cassa in 4/4 e una minimale effettistica che ne riorganizza le coordinate su binari dance, senza rinunciare a stop and go, riprese e sonnolenti crescendo dove “organico” e “sintetico” si uniscono o avvicendano.
E’ questo il doppio binario su cui Jaar intende muoversi e ciò che succede nei 36 minuti di streaming del suo primo live al Marcy Hotel del 15 maggio 2008. In Hage Chahine, altro brano inedito presente in scaletta nel citato EP, si aggiunge all’intingolo uno sguardo etnico à la Thievery Corporation per capirci, ma da un’angolazione decisamente più DIY. Da queste coordinate prende vita anche la collaborazione con il musicista e cantante etiope di stanza a Parigi Soul Keita, spirito affine a Jaar per via di un sound fatto di dinoccolato jazz, smalti meticci e pimpanti percussioni. Nei 2 volumi della Democracy EP:New Friends dell’anno successivo troviamo una Democracy, I Was Thirsty dove ad essere esplorato è un formato canzone à la Leonard Cohen (in versione dilatata ed etnica), mentre, all’opposto, in Para(sol) va in scena un montante deep-house dagli accenti molto folky (leggi il sopracitato “fatto a mano”) anche grazie alla strumentazione africana di Keita. Di fatto, in Democracy c’è spazio per tutto ciò che il ragazzo dal sangue misto ha in mente per la sua musica: una dimensione altra, una sountrack senza bisogno del film dove spazio e tempo, passato e presente, Occidente, America Latina e Africa, si fondono e confondono. Il lato club, almeno in questa prima fase, non viene mai abbandonato, e in questo senso il remix dell’altro astro nascente della dance music Seth Troxler darà un ottimo spunto produttivo a Jaar conferendo a Student un sound molto vicino a Villalobos, ovvero tirando in ballo una produzione minimal techno per spezie deep e una progressione potenzialmente infinita.
Sempre sotto l’ombrello Wolf+Lamb, ovvero la label gestita dal solo Gadi Mizrahi, Double Standard Records, esce l’anno successivo Love You Gotta Lose Again EP. E’ il 2010 e la produzione di Jaar si è fatta più strutturata. Vengono approfonditi i confini tra beat, pop, r’n’b e jazz, in pratica una possibile risposta dal lato newyorchese al nuovo fermento indie-elettronico britannico (in quell’anno escono Crooks & Lovers di Mount Kimbie e Klavierwerke EP di James Blake). Sempre quell’anno altre produzioni più che buone contribuiscono a mettere sulla mappa il producer: Time For Us, Russian Dolls e Marks/Angles. Time For Us è da subito un instant classic e una pietra d’angolo nella produzione del Nostro: una tastiera umorale e marittima ambient house introduce un giro angolato di basso, e la voce nel mix, dello stesso Jaar, è messa al servizio di strofe dalla tonalità “ribassata” in tipico stile house ma giocate con il piglio dolente del blues. Sempre da queste parti, l’altro grosso tema che sarà portato avanti in futuro è quello dei ralenti: a un certo punto la traccia perde giri e riprende più lenta, per poi trascinarsi alla conclusione con pacata fierezza. L’altro strike dello stesso singolo è Mi Mujer, altro pezzo ritmato ottenuto campionando un refrain per strumento a corda africano, percussioni a puntellare i fianchi e bassone avvolgente sullo sfondo.
E’ una modalità questa che SBTRKT porterà a concept, con un certo sarcasmo di quest’ultimo nei confronti di Jamie XX reo a suo avviso di aver preso troppi spunti dalle sue idee di Africa re-immaginata secondo coordinate r’n’b e dance UK. Jaar dal canto suo non teme critiche: il suo approccio, e lo si vede anche in Russian Dolls, è costantemente strattonato a quattro lati del globo: il brano gioca di sponda tra l’incedere binario delle tradizionali danze folk est europee e quello più sensuale del tango, su uno sfondo di una meditabonda deep che acquista brio sul finale. Lungo queste coordinate prendono piede anche i brani dell’EP Marks e Angles, che mostrano nuovi smalti del crooning (un po’ à la Elvis Presley) di Jaar, in bilico tra il serio e il faceto. Sempre nel 2010 il producer inizia ad essere richiesto anche nei remix, e la sua fama in questo campo crescerà di pari passo alla sua carriera: gli Azari & III gli commissionano Into The Night, Matthew Dear You Put A Smell On Me e Ellen Allien Flashy Flashy. Lo spirito con il quale sono concepiti questi lavori è quello di restituire una vena agrodolce e sensibile alle tracce originali, applicar loro un trattamento blue wave per dirla à la Jaar; dello stesso anno anche il rework di Billie Jean di Michael Jackson.
Nel gennaio 2011 esce Space Is Only Noise, l’album lungo di Nicolas Jaar, un passo necessario per far conoscere il producer/musicista a un pubblico decisamente più ampio, quello che generalmente non acquista singoli ed EP su etichette dance. La mossa del resto è decisiva anche in vista del tour: il Nostro propone dal vivo un doppio set che comprende un live in solitaria per i club (lui non mixa e non fa djing) e uno accompagnato da una live band. Il disco, del resto, si presta perfettamente ad integrare ed esplorare tutte le influenze e gli ambienti che il newyorchese ha indagato fino a quel punto. L’etichetta non è scontata, ed è la francese Circus Company (quella di Nôze, Ark, Oleg Poliakov, DJ Koze e molti altri), altra realtà per producer leftfield che si muovono dentro e fuori l’universo dance: in questo contesto apolide, Jaar è a casa sua in tutti i sensi, a partire dalle fascinazioni francesi che attraversano la tracklist. L’album, del resto, inizia ambientale come se parlassimo di una sonorizzazione di un vecchio film (Etre), poi emerge un lato pop tra le pieghe dell’r’n’b, o meglio una narrativa melodica che conserva un proverbiale tocco di blue note (Colomb) e si estende anche alla musica da camera dell’est (Too Many Kids Finding Rain In The Dust) come al desert rock.
L’abilità di Jaar consiste nel mantenere una personale impronta umorale lungo tutto il lavoro riuscendo, nel contempo, a circuitare suggestioni che vanno dal folk al jazz etiope, dal pop alla psichedelia, spezie che vengono poi calate e nelle notti infinite e nelle tecniche di produzione del connazionale – sul lato cileno – Ricardo Villalobos andando così a formare un nuovo forte statement ambient house a circa 20 anni di distanza dalle prime produzioni degli Orb. «Space Is Only Noise è un prodotto rarefatto che reinventa i Thievery Corporation ricollocandoli in una tela d’orologi molli», scrivevamo in sede di recensione all’uscita del disco, e da questo punto in poi la carriera di Jaar spicca il volo. La tournée, specie quella in versione live band, è un successo, mentre alcune resistenze incontrate rispetto alla scelta di suonare sotto i 110bpm restituiscono al producer, già nel medio periodo, ancora più credito e fama presso i circuiti mediatici, booking e festivalieri.
A febbraio 2012, Jaar è già oltre il tradizione discorso del live e al MoMA PS1, ad un evento organizzato da Pitchfork, presenta la performance multimediale From Scratch, un progetto nato per mano della sua Clown & Sunset Aesthetics, una casa di produzione artistica che vede coinvolto anche il produttore cinematografico Noah Kraft che va così ad affiancarsi all’etichetta Clown & Sunset. From Scratch consiste in uno spettacolo di ben 5 ore che prevede installazioni video “rotanti”, danza e una parte d’improvvisazione musicale nella forma di live jam che vede coinvolti Will Epstein, Sasha Spielberg e Dave Harrington; ed è proprio con quest’ultimo che, durante la tournée dell’album d’esordio nel 2011 nasce il nuovo progetto Darkside, una modalità alternativa d’esplorare la live jam da un’angolazione psichedelico-chitarristica su basi blues che darà vita già quell’anno, sulla Clown And Sunset, a un EP omonimo.
Discograficamente, questo è anche il periodo in cui Jaar si concentra sull’etichetta: nel 2012 viene pubblicato un curioso oggetto a forma cubica che permette di suonare Don’t Break My Love, il sampler della label con lavori editi e inediti anche dello stesso Jaar. Il titolo proviene da un ottimo brano omonimo che Jaar ha pubblicato qualche mese prima (novembre 2011) e caratterizzato da mix di tepore melodico e grande dettaglio concreto che ricorda da vicino le sperimentazioni a cavallo tra 90s e 00s di Múm e le produzioni Touch e la citata Mille Plateaux. Altro segno della popolarità che Jaar ha raggiunto si ritrovano nell’essential mix commissionato da BBC Radio 1 (dove il newyorchese propone un po’ di tutto, da Jay-Z ad Aphex Twin passando per Marvin Gaye e Bill Callahan), l’immancabile set proposto alla Boiler Room e il remix di Cherokee, brano firmato da Cat Power proveniente dal suo ritorno discografico, Sun. Anche in questo caso la canzone ricevere il “consueto” trattamento Jaar: in particolare, il producer prende la parte vocale del brano calandola in un’atmosfera notturna e spaziale per organetto e synth al confine con la drone music. A giugno 2013 arriva un’altra mossa laterale ed inaspettata: il duo attivato con Harrington si cimenta in un remix album del Random Access Memories dei Daft Punk pubblicato giusto il mese precedente. Il remix, chiamato Daftside, e condiviso gratuitamente via Soundcloud, è di fatto un re-work dell’album suonato secondo le coordinate jammate del duo. Del resto queste sono le prove generali di una prova sulla lunga distanza che non tarderà ad arrivare.
Pubblicato ad ottobre 2013, Psychic «punta su un intorno 70s-80s allentando le maglie tra blues e funk e calandoci sopra una fumata di psichedelie progadeliche, sporadici falsetti funky e un senso di viaggio cosmico che sta nei pensieri di Jaar almeno fin dall’album solista», affermiamo in sede di recensione, e naturalmente alla pubblicazione del disco segue una fitta serie di applaudite date live. Nel frattempo il producer/musicista ha lanciato la Other People, una “serial label” che previa sottoscrizione a pagamento permette di scaricare tutte le nuove uscite e l’intero catalogo. Anche la nuova etichetta sforna una compilation celebrativa, Work, che viene pubblicata ad agosto 2014 e contiene lavori di Jaar e degli amici Soul Keita e Dave Harrington, oltre a Visuals e Ancient Astronaut (interessante il vs con Jelinek intitolato B2). Quasi contemporaneamente alla pubblicazione del lavoro, che contiene due inediti del duo ovvero Gone Too Soon e What They Say, Jaar decide di sciogliere il progetto Darkside twittando testualmente: «coming to an end, for now». Seguirà qualche mese più tardi la release di un concert film curato da La Blogothèque Télénantes in associazione con ARTE France e intitolato Psychic Live, testimonianza che cattura una performance live registrata a Nantes, in Francia.
Del resto questi sono mesi frenetici per Jaar. Tra il 2014 e il 2015 la sua attività non potrebbe essere più intensa e sfaccettata: da un lato, nelle vesti di label manager, è impegnato con l’etichetta, dall’altro, in quelle di musicista, attiva un nuovo progetto, questa volta dal taglio dream pop e assieme alla figlia di Spielberg Sasha, chiamato Just Friends (condividendo prima la cover della Avalanche di Leonard Cohen e poi il brano inedito Don’t Tell Me), per poi diventare producer per il veterano di house e juke Dj Slugo nella traccia Ghetto, remixer con i Darkside in Digital Witness di St. Vincent, ma anche selector nel mix di un ora dedicato a John Lennon intitolato Our World, nonché intervistatore d’eccezione (chiede ad Aphex Twin se ha mai sentito fantasmi o spiriti che lo guidano nel fare musica e intervista per conto di The Fader, André 3000) e compositore di una serie di soundtrack.
Sotto quest’ultimo profilo, cura (ma in un secondo momento abbandona) la colonna sonora del telefilm The Returned, scrive le musiche del nuovo film di Jacques Audiard Dheepan e quelle, con la collaborazione di Brian Jackson, per un corto diretto da Samantha Casolari intitolato Eleven Times ispirato all’uccisione da parte delle forze dell’ordine di Michael Brown e Eric Garner; non ultimo, all’inizio del 2015 s’innamora del film del 1969 The Color of Pomegranates del regista russo Sergei Parajanov e presenta a sorpresa una colonna sonora alternativa, accompagnata dallo streaming del film via YouTube, durante la notte degli Oscar (febbraio 2015). Proprio da quella colonna sonora e da stralci di collaborazioni avvenute negli ultimi mesi (quella con Slugo) e progetti non completati (la colonna sonora di The Returned) nasce Pomegranates, un album condiviso gratuitamente tramite i profili social ufficiali che Jaar considera a tutti gli effetti la sua seconda prova sulla lunga distanza.

Il disco, che esce a cavallo di una serie di 12” Nymphs che segnano il ritorno in solo di Jaar dopo 4 anni, rappresenta una nuova immersione nel mondo inafferrabile e immaginifico di Jaar. Di acqua sotto i ponti dall’esordio ne è passata ed anche se a prevalere ora sono gli aspetti compositivi extra dance, le tecniche produttive legate alla techno non sono state del tutto abbandonate. «Non è sempre estasi e abbandono, nell’ora e 16 minuti di durata del disco», scriviamo in sede di recensione, «ma il newyorchese risulta comunque piuttosto abile nello scivolare da uno scenario all’altro», da una suggestione avant classica a una più tipicamente pop, da brani basati su ritmiche che ricordano i Mouse On Mars a suggestioni più astratte e minimali. Al solito per Jaar, dato un contesto o un pretesto all’interno del quale creare, tutto sembra configurarsi attorno ad uno psicheldelico senso di magia, più che mai in questo lavoro ritorna per il musicista la lezione del padre e il senso della scoperta nell’arte («Mio padre, prima ancora di essere un artista, da giovane era un illusionista. Il mio primo contatto con il mondo dell’arte è stato con la magia, con i giochi di prestigio», Artribune 2013)».

Tra sorgenti sonore molteplici, sample vocali, increspature e sospensioni ambientali, il disco incrocia ipotesi di danze esotiche trasformate in corto circuiti mentali (“The Fool and his Harem”), astrazioni timbriche che scompongono lo spazio d’ascolto in più livelli percettivi (“Fall Into Time”), deformazioni oniriche (“Near Death”, “Three Windows”), esperimenti di surrealismo Idm (“Beasts Of This Earth”), panoramiche sornioni (“Folie à Deux”), romanze pianistiche (“Divorce”), metamorfosi espressioniste (“Construction”), influssi di musica tradizionale armena più o meno scoperti (“Touristas”, “Screams At The Edge Of Dawn”), liturgie celestiali (“Volver”), invocazioni diffratte (“Spirit”) e finanche una poderosa take techno devastata da mannaie Faust e orge industrial (“Kapital”). Man mano che i minuti scorrono, anche la musica va guadagnando in complessità, seguendo l’evoluzione spirituale del poeta dalla giovinezza fino agli ultimi giorni di vita.

Se questo vi pare poco a 26 anni!Certo e’ facile approfondire la propria arte quando si e’ gia’ immersi in un tipo di mondo,tuttavia l’ingegno e la creativita’ nel comporre musica con suoni ,tecnologia e’ non e’ da tutti e questo va riconosciuto in Nicolas Jaar.

Ma Nicolas Jaar e’ anche poco amato ,leggiamo infatti :

I melograni di Nicolas Jaar

Perché Nicolas Jaar avrebbe potuto fare a meno di farci un regalo: era meglio per sé, meglio per noi

PRIMO
Sei bravo, sei giovane, sei quotato, fin dagli esordi sei stato vezzeggiato dalla critica. Sei Nicolas Jaar  nella fattispecie. E pazienza se chi ti idolatra nemmeno sa chi è tuo padre, anche se in realtà farebbe meglio a saperlo: non perché debbano capire che tu sia raccomandato (non lo sei, anche se ovviamente crescere in una famiglia tanto sensibile verso la cultura aiuta), ma conoscerne la figura aumenterebbe il proprio bagaglio culturale. Va sempre bene ampliare il bagaglio culturale.

SECONDO
Anche perché ad ampliare il bagaglio culturale, si prenderebbero magari più con le pinze alcuni tuoi lavori. Ad esempio, lo “Psychic” che hai costruito con Dave Harrington sotto la sigla Darkside era sì affascinante in alcuni punti ma in altri, sinceramente, pareva un po’ una cover band di liceali / matricole universitarie che provava a rifare i Pink Floyd. Siamo troppo severi? E’ che boh, abbiamo sempre il sospetto che in ambiti elettronici si sia ogni tanto un po’ di bocca buona.

TERZO
Sospetto che porta ad una conseguenza: essere un po’ sul “chi va là” quando si agita troppo hype attorno ad un artista. Non che sia sbagliato metterne, e non che Jaar non lo meriti: “Space Is Only Noise” era davvero un piccolo gioiellino di grazia e gusto, qualcosa che andava ben oltre la musica elettronica-per-riempire-la-pista e parlava con colori, emozioni, sfumature. Che è un po’ quello che cerchiamo sempre nei dancefloor, soprattutto quando c’è di mezzo la Red Bull Music Academy: faccende che non siano solo tool con cui allungare il brodo per fare set di due, tre, sei, otto ore davanti ad una platea in estasi (che pensa più a prendere a pugni i propri limiti fisici che a godersi la bellezza dell’esperienza-musica), ma creature sonore organiche, sfaccettate. Però ecco: per un album di esordio sopra la media non era forse il caso di scatenare subito il culto della personalità. E un po’, attorno a Jaar, si è scatenato.

QUARTO
Vediamo se questo culto della personalità tornerà su scale più ragionevoli. Di sicuro sarebbe cosa buona e giusta succedesse dopo aver scaricato ed ascoltato “Pomegranates”, messo in circolazione un paio di settimane fa. Di che si tratta? Nicolas ha preparato per i fatti suoi e per divertimento, ancora ad inizio 2015, una colonna sonora legata al capolavoro “Il colore del melograno” del regista russo Sergei Paradjanov . Già che c’era, ha anche chiesto agli eredi del regista “Che ne dite se facciamo delle proiezioni pubbliche del film con la mia colonna sonora inedita in sottofondo?”; gli eredi hanno risposto, in sintesi, “No, t’attacchi”. Ecco: non sappiamo se gli eredi in questioni siano dei raffinati critici della musica elettronica o semplicemente degli arcigni, troppo arcigni difensori dell’eredità artistica del parente illustre (propendiamo per la seconda, eh).

QUINTO
Però è vero che, insomma, di questa colonna sonora se ne può fare a meno. Non la pensa così Nicolas, che evidentemente ne va molto orgoglioso, tant’è che l’ha messa pure a disposizione di tutti in free download. Ora: è vero che già che c’era magari meglio metterla a disposizione di tutti piuttosto che buttarla nel cestino, va bene, è anche vero che l’ha messa a disposizione gratuitamente e non ne ha fatto un disco vero e proprio (avrebbe potuto: con l’hype attorno a lui di acquirenti ne avrebbe trovati, infatti il giorno in cui è circolata la notizia nei porti internettiani legati all’elettronica se n’è parlato tantissimissimo). Ok. Ma è altrettanto vero che, ascoltata come un album, la colonna sonora in questione 1) è di una noia mortale 2) non ci pare davvero musica di qualità 3) è un po’ tanto autoindulgente in una serie di manierismi ambient che francamente ci sembrano più fumo che arrosto. Siamo già ricoperti di musica in ogni dove, e la cosa sta assumendo contorni preoccupanti, oggi che fare un disco costa un decimo o un ventesimo rispetto a quindici anni fa e che magari manco devi stamparlo (basta metterlo in circolazione sotto forma digitale). Lanciamo una proposta: forse proprio gli artisti più in gamba, talentuosi ed intelligenti – Jaar lo è – dovrebbero sentire l’esigenza di centellinare le loro release. Per dare il buon esempio. O magari Jaar ha fatto proprio bene: dimostrando che le cose che vengono date via gratis sono i lavori minori, gli scarti di magazzino. Ma in un periodo in cui tanta, troppa gente dà per scontato che la musica si possa reperire come l’aria, ovvero senza pagare, potrebbe essere un piccolo autogol: se ascolti per intera questa colonna sonora, o sei un feticista di Nicolas o ti passa la voglia di ascoltare altre cose sue in futuro.

 

Dove sta la verita’? Nel mezzo? Oppure no…

Ascoltare ,capire,e poi magari (non necessariamente) giudicare un’opera musicale ci apre comunque a nuovi orizzonti musicali.L’esplorazione,l’analisi,l’ascolto di colonne sonore ci fa abbattere le barriere dei generi e anche se  ci puo’ sembrare difficoltoso, lo sforzo paga sempre musicalmente parlando.Nicolas per ideare e comporre un’opera del genere ha sicuramente conoscenze musicali vaste , non da classifica e questo va riconosciuto.Imparare va sempre bene.

 

David

 

 

 

 

Biografia: http://sentireascoltare.com/artisti/nicolas-jaar/
recensione 1 http://quinlan.it/2014/05/29/il-colore-del-melograno/
recensione 2http://www.redbull.com/it/it/music/stories/1331736243558/pomegranates-di-nicolas-jaar-perch%C3%A9-farne-a-meno

Commenti ,introduzione e conclusione David

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