Ringo Starr e il falso Paul Mc Cartney…un altro articolo dalla rete

Quello che segue è un articolo tratto dal  sito Dagospia, dove si parla del caso del falso Paul Mc Cartney. L’articolo è basato su un’inchiesta del Wired dove si esaminava il lavoro di due giornalisti, Gabriella Carlesi e Francesco Gavazzeni. Possiamo notare che l’articolo è scritto in maniera tale da bordeggiare le argomentazioni, come se da una parte gli autori avrebbero voluto dare ragione alle teorie esposte. Sta di fatto che il caso Paul is Dead è d’interesse mondiale.

PAUL IS DEAD (?) – ‘WIRED’: 5 prove dimostrerebbero che dal ‘66 mccartney è un sosia – DELLE DUE L’UNA: O IL “FINTO” PAUL CI STA PRENDENDO IN GIRO DA 40 ANNI O LA BIOMETRIA NON SERVE A NIENTE (E I TERRORISTI GODONO) – L’INFALLIBILE PROVA DEL TRAGO

 

1 – è GIUSTO DIRE CHE LA BIOMETRIA è MORTA E I TERRORISTI SE LA PASSANO BENE?… Riccardo Luna per “Vanity Fair”, in edicola mercoledì 22

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Il 1969 non ha regalato alla cultura pop soltanto il primo allunaggio e l’happening di Woodstock, ma anche una delle più folli, incredibili e pervicaci leggende metropolitane di tutti i tempi: PID, ovvero Paul Is Dead, Paul è morto, dove Paul è quello dei Beatles, l’inossidabile McCartney. Il quale  in realtà sarebbe un sosia, almeno a partire dal 1966, anno in cui in un misterioso incidente d’auto morì, appunto.

La notizia fu data al mondo nel 1969, in un programma radiofonico, e da allora è partita una caccia infinita per rintracciare gli indizi della tragedia (parecchi, per la verità), nascosti qui e lì dai Beatles: copertine smaccatamente esoteriche, canzoni vagamente allusive, fino a messaggi che si decodificano solo ascoltando certe canzoni al contrario.

Quarant’anni, molti libri, un paio di film e infiniti siti internet dopo, la leggenda è tornata. Infatti, “per dimostrare la bufala”, due superperiti italiani, Gabriella Carlesi e Francesco Gavazzeni, protagonisti nei più noti casi di medicina legale della cronaca nera nostrana, hanno deciso di fare il test ai due McCartney.

Lo strumento adottato è stato la biometria, la scienza con la quale nel mondo si dà la caccia a terroristi e delinquenti. Ma l’esame delle foto di Paul prima e dopo il 1966 ha dato il risultato opposto: cinque prove antropometriche confermerebbero in modo inoppugnabile che c’è un sosia (anche se canta bene come l’originale).

La perizia completa la trovate su Wired, intanto McCartney (il vero? il sosia?), conferma di non prendersela troppo: anni fa intitolò un suo album “Paul is Live”. Adesso è tornato sulla scena, proprio nei giorni del quarantennale di PID, con uno show a sorpresa all’Ed Sullivan Theatre di New York dove i Beatles cantarono nel 1965.

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Subito dopo è andato in tv da David Letterman a dire: “Il PID? Mi fa ridere. Nella copertina di Abbey Road ero l’unico scalzo non perché fossi morto, ma perché faceva caldo e mi tolsi i sandali”. La battuta ha fatto subito diventare il PID il topic più hot su Twitter per un paio di giorni. Ma il punto è: se Paul è vivo, allora è giusto dire che la biometria è morta mentre i terroristi se la passano bene?

2 – CHIEDI CHI era QUEL «BEATLE»…
Fabio Andriola e Alessandra Gigante per “Wired”, in edicola domani

Per scrivere una canzone come Yesterday è meglio avere una scatola cranica tondeggiante. Se invece volessimo un pezzo più rock, facciamo Get Back?, è preferibile che il cranio sia più stretto e lungo. Il fatto che i due brani abbiano lo stesso autore porta dritto al cuore del rompicapo, che da quarant’anni ha un nome, anzi una sigla: P.I.D. (Paul Is Dead).

Il Paul in argomento è naturalmente McCartney che, oltre a Yesterday e Get Back, ha scritto decine di pezzi pop-rock di successo. Paul è al centro di una delle più curiose, persistenti e articolate leggende metropolitane di ogni tempo: quella che sostiene la sua morte (tenuta segreta) già nell’autunno 1966 e la sostituzione con un sosia destinato a proseguirne la trionfale e lucrosa carriera. Fino a oggi.

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Molti sondaggi confermano che la leggenda di P.I.D. è tra le più conosciute dall’opinione pubblica. Da oggi, forse, nuovi sondaggi potrebbero dare risultati ancora più netti, grazie alle scoperte di due ricercatori italiani che per verificare tutta la storia non si sono limitati a mandare al contrario tracce musicali o a fare l’esegesi di un testo ma sono ricorsi ai rigidi protocolli che regolano la pratica forense della metodologia identificativa.

Gabriella Carlesi e Francesco Gavazzeni sono una strana coppia: lei è un’anatomopatologa, lui un informatico. Lei è un’esperta nel riconoscimento craniometrico, lui mette le potenzialità del computer a disposizione di una disciplina nata a metà Ottocento: la craniometria appunto.

Secondo lo Zingarelli, «è la scienza che si occupa della misurazione del cranio in rapporto all’antropologia e all’anatomia comparata». Ora, per identificare una persona la certezza assoluta la danno due esami: le impronte digitali e il dna (se il prelievo dei campioni è effettuato correttamente, cosa che non sempre avviene).

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In assenza di polpastrelli e di campioni di dna la metodologia identificativa ricorre all’antropometria e, in particolare, alla craniometria, che si basa sull’analisi di alcuni precisi punti. Presenti nel viso di chiunque, immodificabili e codificati nell’Ottocento dal francese Paul Broca.

Quali sono questi punti? In termini non scientifici potremmo definirli la distanza tra le pupille, l’intersezione tra il naso e le arcate sopraccigliari, il punto in cui la base del naso si stacca dal labbro superiore, la conformazione di mandibola e mento, i padiglioni auricolari.

Poi c’è la conformazione del cranio. In generale però l’anatomia topografica preferisce parlare, più che di punti precisi, di “regioni”, perché nell’arco di pochi centimetri di pelle possono esserci più caratteristiche utili a stabilire somiglianze e differenze.

L’antropometria e la craniometria, per quanto abbiano un’origine ottocentesca, sono alla base della biometria, la scienza usata oggi per il riconoscimento personale dalle intelligence più sofisticate del mondo. Immensi database di dati biometrici di terroristi e ricercati vengono rapidamente incrociati e, in base ad algoritmi generati dai punti del volto, svelano la vera identità di persone riprese da telecamere o fotografate agli aeroporti.

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Quanto a Carlesi e Gavazzeni, incrociano le loro competenze e, come accade nei telefilm, vedono davvero quello che noi umani non possiamo neanche immaginare. Per questo hanno coadiuvato le indagini in casi di cronaca nera o di intrighi internazionali: dal mostro di Firenze all’attentato a Giovanni Paolo II, dal delitto di Erika e Omar a Novi Ligure all’inchiesta sulla morte della giornalista Ilaria Alpi.

Ogni volta aggiungendo elementi decisivi sia per le indagini di polizia sia per il giudizio di tribunali e commissioni parlamentari d’inchiesta. Le loro perizie antropometriche su fotografie e filmati hanno contribuito a escludere che sia stato il somalo Hashi Omar Hassan a uccidere Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin nel maggio 1994 a Mogadiscio.

Sempre loro hanno aperto una nuova pista nel caso del mostro di Firenze quando, insieme al professor Giovanni Pierucci, decano della medicina legale italiana, hanno dimostrato che l’uomo ripescato dal lago Trasimeno nel 1985 non era in realtà il medico Francesco Narducci, sospetto mandante degli omicidi del “mostro”.

La decisione che spinge due esperti di questo livello a dedicare tempo e intelligenza alla verifica di P.I.D. viene presa in un sabato di marzo del 2006, nell’Istituto di medicina legale di Pavia. È qui che ha il suo centro la squadra raccolta intorno al professor Pierucci, titolare della cattedra di medicina legale con la passione per la storia.

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Ed è qui che si stanno registrando le interviste per un documentario sulla morte di Benito Mussolini e Claretta Petacci, tema sul quale Pierucci e “i suoi ragazzi” hanno fatto scoperte sensazionali analizzando le foto di piazzale Loreto, scattate a Milano il 29 aprile 1945. Vecchie e drammatiche immagini capaci di rivelare, solo grazie alle più recenti tecniche di analisi, particolari inediti e una dinamica degli eventi diversa da quella della classica fucilazione.

In pratica: nessuna duplice esecuzione davanti al famoso cancello di Giulino di Mezzegra alle 16 e 10 del 28 aprile 1945, ma due uccisioni distanti tra loro qualche ora e qualche centinaio di metri.

Prima Mussolini, forse durante una colluttazione, viene colpito frontalmente e a bruciapelo mentre è in maglietta e senza stivali; più tardi lei, vestita e in pelliccia, è falciata alle spalle. In seguito, lui rivestito alla meglio e lei senza più la pelliccia, vengono portati a piazzale Loreto. Quel giorno, nessuno dei tanti fotografi poteva immaginare quante cose avrebbero potuto rivelare, sessant’anni dopo, i loro scatti.

Archiviato il caso mussolini-petacci, arriva la proposta per una nuova sfida: perché non dare un’occhiata a un po’ di vecchie foto, questa volta degli anni Sessanta, e dimostrare l’infondatezza di una leggenda metropolitana tanto diffusa quanto incredibile? La sfida è raccolta, con divertimento e una punta di sufficienza da Gabriella Carlesi e Francesco Gavazzeni perché qui non ci sono cadaveri o fori di proiettile da analizzare.

Bisogna piuttosto spingere il più in là possibile le proprie capacità di raffrontare le immagini per scoprire se due volti appartengono o no alla stessa persona. Una specialità che i due avevano già messo in atto qualche anno prima, quando si doveva capire se in piazza San Pietro, il 13 maggio 1981, accanto al turco Alì Agca che sparava a Giovanni Paolo II ci fosse o meno (e in realtà si scoprì che c’era) il bulgaro Sergei Antonov.

L’incrocio tra craniometria e tecnologia (che, tra le altre cose, consente di portare a proporzioni omogenee foto dello stesso soggetto scattate in momenti diversi) ha permesso di osservare, come mai prima, una serie di immagini di Paul McCartney dagli anni Sessanta a oggi.

Gavazzeni spiega: «Adesso è infinitamente più facile vedere e notare certe cose, perché la tecnica di elaborazione digitale permette una velocità di comparazione e una precisione di analisi nettamente superiori a quelle anche di soli dieci anni fa». Il primo passo è quindi cercare e selezionare immagini per poter mettere in proporzione le foto migliori per qualità e inquadratura e procedere a misurazioni e confronti.

Al termine si potrà emettere il verdetto. Sul quale né Gavazzeni Carlesi, all’inizio, sembrano nutrire seri dubbi: «Ma sì, mi son detta, ci mettiamo due minuti a concludere che si tratta della stessa persona», ricorda sorridendo l’anatomopatologa.

«Un’occhiata a quello che c’era su internet sembrava sufficiente a liquidare la faccenda: non sanno operare con una metodologia corretta e così riescono a dimostrare quello che vogliono». In generale, sui tanti siti web dedicati alla leggenda di Paul Is Dead, la dimostrazione a cosa porta?

A dire che, nel novembre 1966, il “vero” McCartney morì in un incidente automobilistico e venne rimpiazzato da un sosia, mancino e musicista come lui. Un’operazione sofisticata (ma non al punto da non lasciare tracce), un inganno necessario per non inceppare un meccanismo che produceva guadagni favolosi.

Talmente favolosi da dare una boccata d’ossigeno all’intera economia inglese. E così, per la schiera dei complottisti, grazie anche alle numerose prove che gli stessi Beatles avrebbero seminato per anni nelle canzoni e nelle copertine dei loro album, la verità è una sola.

Non a caso, il Paul McCartney dei successi da solista, dei tour da record, delle campagne vegetariane e dei divorzi miliardari viene spesso chiamato Faul. Non Paul ma “Faul”, una fusione tra fake, cioè “falso”, e Paul. Il nomignolo è tra le conseguenze di una tempesta mediatica che comincia il 12 ottobre 1969 con la telefonata di un non meglio identificato Tom (Alfred per alcune fonti) durante una trasmissione condotta dal dj Russell Gibb alla radio WKNR di Detroit.

Tom sosteneva che McCartney era morto, che la sua scomparsa era stata tenuta segreta dagli altri Beatles e dal loro management ma che il gruppo aveva anche deciso di seminare una serie di indizi nei dischi, senza che nessuno si fosse ancora accorto di nulla. Quella telefonata in diretta diede l’avvio a una caccia al tesoro che, a distanza di quarant’anni, non accenna a finire.

«Conoscevamo queste storie in maniera superficiale, come un po’ tutti», dicono Carlesi e Gavazzeni. «Ma certo non era questo il nostro punto di partenza. Per noi la base dovevano essere delle buone immagini, in gran numero e con un’accettabile compatibilità anatomo-antropometrica tra loro».

La ricerca viene condotta a tutto campo: foto scattate prima del 1966 e foto sicuramente databili dal 1967 in avanti, sia mentre i Beatles erano ancora uniti sia durante il periodo solista di McCartney. «Non è stato facile come poteva sembrare», ricorda Gavazzeni.

«Per le foto dei primi anni ho notato una diffusa incertezza sulla datazione, cosa che non si verifica nel periodo successivo. Addirittura, alcune istantanee hanno date diverse a seconda delle agenzie e le foto migliori sono di proprietà di fotografi che non le concedono con troppa facilità».

Per poter fare una comparazione tra due differenti periodi è stato quindi necessario fissare alcuni punti fermi, confrontando le migliori immagini disponibili del medesimo soggetto e realizzate a breve distanza di tempo.

Come elemento base per stabilire le proporzioni e poter procedere nel lavoro è stato sacrificato un aspetto importante a livello identificativo: la distanza interpupillare. Infatti, avendo scelto questo criterio come punto di allineamento delle immagini, non lo si è potuto usare per confrontare le differenti foto. In altri termini, perché tutto il resto fosse in scala qualcosa doveva variare.

Due immagini pre ’66, messe a confronto e portate su un’unica scala di riferimento per rendere omogenee le proporzioni, mostrano una perfetta coincidenza dei principali punti chiave. In particolare la curva mandibolare, cioè la linea che si può tracciare al computer per definire il perimetro inferiore del volto, diciamo da orecchio a orecchio passando per il mento, si rivela sostanzialmente identica. Il margine di errore è inferiore all’un per cento.

«Poiché la perfetta coincidenza tra due immagini è praticamente impossibile», spiega Gavazzeni, «per convenzione si ritiene accettabile al massimo il 2,5 per cento di differenza. Oltre questo limite, la discordanza è tale da far propendere per la diversa identità tra i due soggetti in esame. Visto che in questo caso lo scarto è inferiore all’un per cento il problema non si pone: le due foto ritraggono sicuramente la stessa persona». Si trattava a questo punto di cercare altre foto, con caratteristiche analoghe, ma posteriori al presunto “incidente”.

La prima fotografia utile, scattata di certo dopo la data dell'”incidente” è, come dire, una foto emblematica. È infatti all’interno della copertina di un disco non solo importante per la storia del rock ma fondamentale anche nello sviluppo della vicenda di P.I.D.: Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, pubblicato nel giugno 1967.

Da oltre otto mesi i Beatles non appaiono in pubblico e ora si ripresentano con un cambio di stile e di look che, col senno di poi, non fa che aumentare i dubbi. In effetti, anche senza la craniometria, in passato P.I.D. ha potuto contare su alcune anomalie in grado di alimentare il sospetto che, forse, qualcosa era accaduto davvero.

Del resto, anche senza conoscere le ricerche di Carlesi e Gavazzeni, Glauco Cartocci, autore dell’unico libro italiano su questo tema (Il caso del doppio Beatle, Robin Edizioni, 2007) ha osservato che «da una parte, è indubbio come la maggior parte dei fatti o indizi sia facilmente confutabile, o appaia decisamente risibile e paradossale; dall’altra, si può però affermare che un buon 30 per cento di essi rimane inquietante e non spiegabile alla luce della logica».

Nel solo Sgt. Pepper’s sono stati contati 40 differenti indizi, compresa la foto su cui si sono concentrate le attenzioni di Carlesi e Gavazzeni. La leggenda di P.I.D. non avrebbe avuto l’impatto che ha avuto, senza un’altra sigla a prima vista non meno oscura: O.P.D. È quello che si legge su un curioso distintivo che McCartney ha sul braccio sinistro proprio in quella foto.

Per quasi tutti, McCartney in testa, è una scelta casuale, un buffo gadget canadese. Infatti O.P.D. starebbe per “Ontario Police Department”. Secondo la versione complottistica O.P.D. indicherebbe la formula usata comunemente dalla polizia per dichiarare il decesso di una persona: Officially Pronounced Dead, ossia “ufficialmente dichiarato morto”.

«All’inizio abbiamo scelto il McCartney di Sgt. Pepper’s non perché pensavamo al vero significato di O.P.D. ma, semplicemente, perché sembrava una foto che faceva al caso nostro. Certo non immaginavamo ancora quante cose ci avrebbe aiutato a scoprire», dice Gavazzeni.

Quel McCartney, sicuramente ritratto nella prima metà del 1967, è stato poi affiancato a un’altra foto, di qualche anno successiva, scattata tra il 1971 e il 1972. L’obiettivo era quello di ripetere l’operazione di raffronto già fatta con le immagini dei primi  anni Sessanta e poi procedere all’esame comparato dei dati emersi dai due gruppi di foto.

Anche in questo caso, tra le due nuove immagini c’è una buona compatibilità. Non restava quindi che confrontare i dati delle immagini precedenti la data del presunto incidente e di quelle successive.

«La sorpresa è stata grande», dice ancora Gavazzeni: «La curva mandibolare tra i due gruppi di foto presentava una discrepanza di oltre il 6 per cento, ampiamente oltre la soglia di errore. Ma c’era di più. Cambiava proprio lo sviluppo del profilo mandibolare: prima del 1966 ogni lato della mandibola è composto da due curve nette; dal 1967 sembra esserci un’unica curva. C’è insomma una curva morfologica diversa».

E le sorprese non finiscono lì perché l’implacabile Gavazzeni, come un pugile che sente vicino il k.o. dell’avversario, non molla la presa su quella foto in cui McCartney, ignaro, accenna un sorrisetto un po’ perplesso:

«A occhio nudo si nota quella che sarà una costante nelle foto da quel momento in poi, un paio di ritocchi fotografici abbastanza evidenti a uno sguardo esperto. C’è una zona d’ombra che copre l’angolo esterno dell’occhio sinistro. Solo da qualche tempo non si vede più. E andando a scrutare in quel punto, dove per anni c’è stata quella macchia scura, ora si nota una via di mezzo tra una cicatrice e il segno della pelle tirata come per un ritocco estetico.

La spiegazione più immediata è che probabilmente, già negli anni Sessanta, sia stata fatta un’operazione per intervenire sugli occhi ma che sia rimasto qualcosa di imperfetto, che per molto tempo si è andati avanti a mascherare».

C’è poi un dettaglio che riguarda la conformazione del cranio: «Addirittura, l’impressione è che la forma della testa sia stata resa un po’ più tondeggiante», dice Gavazzeni: «Quindi ridotta nella lunghezza effettiva, mediante un escamotage in uso all’epoca e che si realizzava in fase di stampa». Modificare effettivamente la conformazione del cranio di un individuo adulto è una cosa impossibile. Eppure, a giudicare dalle foto, è proprio quello che si vede.

Gabriella Carlesi aggiunge un elemento ulteriore: «Rispetto alle foto precedenti, quella di Sgt. Pepper’s mostra chiaramente che la commessura labiale, cioè la linea formata dall’unione delle due labbra, si è improvvisamente allungata. Cosa che ovviamente non è possibile e che i baffi non riescono a mimetizzare».

In altri termini, ed è fenomeno fin troppo frequente di questi tempi, le labbra possono essere gonfiate e aumentate di volume, ma l’ampiezza della commessura labiale non può variare più di tanto. Può subire leggerissime alterazioni, però non è questo il caso della foto esaminata: qui la differenza tra il prima e il dopo è troppo forte per poter essere stata causata da un qualunque intervento chirurgico.

E in più, sempre sotto i baffi del McCartney di Sgt. Pepper’s, forse si è cercato di nascondere un altro elemento: quello che gli specialisti chiamano il punto naso-spinale o sottonasale.

È il punto tra le due narici dove il naso inizia a staccarsi dal viso: «Si tratta anche in questo caso di un tratto caratteristico che la medicina chirurgica non può modificare. Può cambiare la forma del naso ma non il punto naso-spinale», spiega Gabriella Carlesi. «E tra il McCartney del primo gruppo di foto e quello del secondo quel punto varia chiaramente».

Consapevoli di non aver lasciato nulla al caso, Carlesi e Gavazzeni, tra il sorpreso e il divertito, cominciano ad ammettere di essere perplessi. Dice Gabriella: «Ci piaceva l’idea di applicare anche a questo caso una metodologia rigorosa, accettata e richiesta per lavori di una certa importanza. Ma non immaginavamo che, a un certo punto, la nostra indagine avrebbe preso la direzione che stava prendendo…».

Lo stesso stupore che coglie chi analizza nelle sue dinamiche (esoteriche, di comunicazione, musicali) la vicenda della presunta morte e sostituzione di Paul McCartney si impossessa anche dei due ricercatori, man mano che si addentrano nello studio delle immagini ritenute più idonee alle verifiche craniometriche.

«Più ci sollecitavano una risposta e più prendevamo tempo», ricorda Gavazzeni. «Sembrava impossibile ma l’idea che qualcosa non tornasse si faceva sempre più forte, giorno dopo giorno, foto dopo foto». La sfida si era fatta intrigante, sarebbero andati avanti: anche perché altri aspetti importanti attendevano di essere esaminati.

A cominciare da quello in cui Gabriella Carlesi eccelle e per il quale gode di fama internazionale: l’identificazione odontologica. Più McCartney canta e si mostra sorridente, più Carlesi raccoglie elementi per alimentare i suoi dubbi: «Per me la prova delle prove è rappresentata dalla forma del palato, ancora più che dai denti».

Ci sono cose impossibili e cose che sono possibili ma a prezzo di operazioni lunghe, dolorose e mai perfette. Specie se fatte negli anni Sessanta. Ora, l’esame attento di alcune immagini di McCartney prima e dopo l’autunno 1966 lascia, è il caso di dirlo, a bocca aperta: «Prima di tutto c’è il canino superiore destro», fa osservare Gabriella Carlesi.

«Nelle foto precedenti al 1966 si nota come sporga rispetto alla linea dell’arcata dentale. È il classico caso di un dente che per mancanza di spazio finisce per disallinearsi, spinto fuori dalla pressione degli altri denti. È curioso invece che lo stesso canino, nelle foto dal 1967 in avanti, sporga sempre ma senza ragione apparente: le immagini mostrano che avrebbe lo spazio per essere allineato ai denti vicini. È come se si sia voluto ricreare un dettaglio in una bocca dove quell’anomalia non si sarebbe mai potuta manifestare».

Il vero nocciolo del ragionamento di identificazione odontologica suggerito da Gabriella Carlesi riguarda l’intero palato di McCartney che, prima del 1966, si mostra stretto al punto da giustificare vari disallineamenti di denti, sia pure in forme meno evidenti del canino superiore destro. Dopo la pubblicazione di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, invece, il palato di McCartney si allarga sensibilmente, al punto che i denti frontali non ruotano più sul proprio asse come in precedenza. Con la sola, relativa, eccezione del solito canino.

«Una modifica della forma del palato», conclude Carlesi, «negli anni Sessanta non era impossibile ma sarebbe stata molto traumatica, frutto di un vero e proprio intervento maxillo-facciale».

In pratica McCartney si sarebbe dovuto sottoporre a un’operazione che avrebbe comportato l’apertura della sutura palatina, la rottura dell’osso e quindi un lungo trattamento ortodontico e protesico. In altri termini, per ottenere un cambiamento così sensibile negli anni Sessanta a McCartney sarebbe stato necessario non solo un intervento particolarmente doloroso e cruento ma anche l’uso di un apparecchio fisso ortodontico, allora multibande, per oltre un anno.

Cosa che non sarebbe stato possibile nascondere e che avrebbe avuto evidenti ricadute sulle prestazioni vocali di un cantante professionista. «Ma soprattutto», conclude Gabriella Carlesi, «che ragioni poteva avere Paul McCartney per sottoporsi a un simile calvario?».

Inutile rivolgere la domanda al diretto interessato: Paul McCartney, così come gli altri Beatles, ha sempre preferito glissare su quesiti diretti oppure è ricorso all’ironia per mettere in ridicolo tutta la faccenda. Quello tra McCartney e la leggenda della sua morte è un gioco a rimpiattino.

In realtà, ribadiscono Carlesi e Gavazzeni, se avesse davvero voluto mettere la parola fine a tutta questa storia McCartney avrebbe potuto farlo da tempo. Finché era in vita, suo padre avrebbe potuto fare per esempio un esame del dna per confinare la storia di P.I.D. una volta per tutte nel mondo delle leggende. Oppure Paul avrebbe potuto ricorrere al fratello minore, Mike.

E invece non ha fatto nulla. Anzi, l’unica volta che è stato costretto a un esame del genere ha alimentato nuovi sospetti e domande. Cui ha dato voce una donna tedesca di 45 anni, Bettina Krischbin, sedicente figlia di McCartney frutto di una relazione tra il giovane musicista non ancora famoso ed Erika Wohlers, una bionda ragazza di Amburgo dove i Beatles fecero parte della loro gavetta.

Nel 1963, quando nacque Bettina, McCartney non volle riconoscere la figlia ma, curiosamente, contribuì al suo mantenimento con un versamento mensile di 200 marchi. Erika si accontentò, Bettina no. E, una volta maggiorenne, decise di rivolgersi a un tribunale per ottenere il riconoscimento ufficiale del padre. Il test di paternità non diede i risultati sperati.

Ma Bettina ha il sospetto che ci sia stato un imbroglio: al test si sarebbe presentato a suo dire un sosia del padre, come dimostrerebbero sia le foto scattate quel giorno sia un autografo che, a una perizia, risulterebbe non solo fatto da un finto mancino, ma anche piuttosto diverso da altri autografi di McCartney.

Le incertezze continuano ad accumularsi soprattutto in virtù dell’ultima carta, dell’ultimo asso presente nella perizia svolta da Gabriella Carlesi e Francesco Gavazzeni: un dettaglio di pochi millimetri quadrati che in tribunale potrebbe essere decisivo.

Tecnicamente si chiama trago. Tutti ne abbiamo due, uno per orecchio, ma le caratteristiche sono diverse per ogni essere umano. «In Germania, in una procedura di riconoscimento craniometrico, l’identificazione del padiglione auricolare destro equivale addirittura alla dattiloscopia, cioè alla rilevazione delle impronte digitali», ricorda Carlesi.

Ma che cos’è il trago? È quella piccola cartilagine rivestita di pelle che sovrasta l’imbocco uditivo dell’orecchio e che, al pari di tutto il padiglione auricolare, non è modificabile chirurgicamente. Come spiegare quindi le differenze tra l’orecchio destro di Paul McCartney in un’istantanea precedente al 1966 e in una realizzata probabilmente alla fine degli anni Novanta?

Non è solamente il trago a tradire una diversa conformazione ma anche altre parti come, appena sopra l’imbocco uditivo, i rilievi dell’elice e dell’antelice. Cose che ai comuni mortali possono sembrare irrilevanti o poco chiare ma che invece, ogni giorno, consentono agli esperti di individuare e identificare persone, corpi, fotografie.

Eppure, anche di fronte a considerazioni di questo tipo, lo scetticismo è duro a morire. «Io ancora adesso non so cosa dire, anzi cosa dirmi», ammette Gavazzeni che di McCartney, chiunque egli sia, si dichiara fan. Mentre Carlesi si limita a osservare: «I dubbi sono molto forti e le discordanze numerose, ma non ci si può esprimere ancora con assoluta certezza. Soprattutto perché parliamo di un personaggio così noto e per di più vivo. Davanti a un cadavere sarei più netta:

I dati emersi mi avrebbero indotto e autorizzato a procedere con più esami approfonditi e dirimenti. Comunque, se sostituzione c’è stata, il vero capolavoro è stato quello di trovare un sosia con caratteristiche antropometriche tutto sommato molto vicine all'”originale”», ammette. «C’è da dire che l’analisi antropometrica va, necessariamente, corredata da esami di altro tipo per formulare una perizia certa al 100 per cento».

Senza sbilanciarsi e senza portare, almeno a parole, alle estreme conseguenze la loro inchiesta, Carlesi e Gavazzeni incarnano l’essenza amletica della leggenda di Paul Is Dead. Due diversi tipi di razionalità si scontrano senza la possibilità di una verità condivisa.

Come non domandarsi come possa un uomo, nel giro di pochi mesi, alterare forma del cranio, palato, bocca, naso, mandibola e orecchie pur continuando a cantare e a comporre musica? Da una parte c’è la difficoltà ad accettare uno scambio di persona quasi perfetto; dall’altra, la craniometria va a sorreggere i non pochi indizi inseriti nei dischi, nelle copertine e nei loro video dagli stessi Beatles.

Ma alle domande che possono aver trovato una risposta se ne sostituiscono altre, non meno impegnative. A cominciare dall’interrogativo cui nessuno, compreso il diretto interessato, sembra poter dare una risposta: chi è l’uomo che chiamiamo Paul McCartney?

 

Fonte articolo

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