John Lennon e il caso di Mark Staycer Parte II

Tutti hanno appurato che John Lennon sia morto ma è davvero così?

Chi è allora Mark Staycer? C’entra di nuovo la CIA?

E’ tutta una farsa ancora una volta? Siamo di fronte ad un ennesimo caso di sosia oppure è qualcosa di più ampio?

 

Continua l’esame da parte di un crimilogo che ha cercato Mark Staycer.

JOHN LENNON

Qualunque “giallo” che si rispetti ruota intorno a un delitto, ovviamente. E per ogni delitto esiste una “scena del crimine”.

Si tratta di una scena piuttosto suggestiva, in questo caso. Ci troviamo nell’esclusiva Upper West Side di Manhattan, all’ingresso di uno dei più antichi e celebri complessi residenziali di New York City, The Dakota, che ha ospitato, tra gli altri, stelle di celluloide del calibro di Lauren Bacall, Judy Garland e Boris Karloff, ugole d’oro come Roberta Flack e Liza Minnelli, un signore del pentagramma come Leonard Bernstein e il “genio in punta di piedi” Rudolf Nureyev. Un edificio tanto lussuoso all’interno quanto spettrale all’esterno, scelto non a caso da Roman Polanski per le riprese del suo classico del brivido, Rosemary’s Baby.

Il delitto in questione è stato raccontato talmente tante volte che qui basta qualche pennellata per rievocarlo. Verso le 23 dell’8 dicembre 1980, davanti alla cancellata d’accesso del Dakota giace esanime e sanguinante, con quattro pallottole piantate nella schiena, la rockstar più famosa del mondo.
Accanto a lui, a tenergli la testa tra le braccia c’è sua moglie, una controversa artista giapponese le cui urla (non troppo dissimili, secondo i maligni, da quelle incise nei suoi primi dischi solisti) trafiggono la relativa quiete di un “Monday night in the Big Apple” solo in apparenza come tanti altri.
A qualche metro di distanza, un giovanotto occhialuto, grassottello e tozzo – che solo pochi istanti prima aveva assunto una posa militare, con le gambe allargate, per scaricare la sua calibro 38 addosso alla vittima – se ne sta lì lugubremente fermo a frugare tra le pagine di una copia in brossura di The Catcher in the Rye di J.D. Salinger, la bibbia degli adolescenti disadattati d’oltreoceano.
Il portiere del Dakota gli urla: “Lo sai cos’hai fatto?”.
E lui, con il proverbiale sguardo fisso davanti a sé, replica imperterrito: “Ho appena sparato a John Lennon”.

“LONE NUT” O “MANCHURIAN CANDIDATE”?

“Quando mi è passato davanti, ho sentito in testa una voce che mi ripeteva ‘Fallo, fallo, fallo’”, ha raccontato anni dopo alla BBC, dal carcere di Attica, il reo confesso Mark David Chapman, all’epoca 25enne. “Non ricordo di aver mirato”, ha aggiunto con la solita inespressività. “Devo averlo fatto, ma non me lo ricordo. Ho soltanto premuto il grilletto per cinque volte. Non ho provato alcuna emozione”.
Insomma, un ammiratore anonimo con più di qualche rotella fuori posto che, dopo essersi fatto autografare una copia di Double Fantasy l’ultimo album pubblicato in vita dall’ex-Beatle con sua moglie Yoko Ono, continua ad attendere il suo idolo sotto casa per rubargli, oltre alla vita, un pezzetto di fama. E forse anche per punirlo per aver tradito gli ideali della sua generazione, come ha scritto qualcuno.
Ma le motivazioni di Chapman, vere o presunte che siano, qui ci interessano poco. Tanto il succo della versione ufficiale non cambia: il tipo è uno svitato di brutto, un pazzo assassino solitario (o lone nut, come dicono negli States) come tanti altri che prima e dopo di lui, soprattutto nella storia a stelle e strisce, sono riusciti a far fuori dei pezzi da novanta (basti ricordare, tra le vittime più illustri, John e Robert Kennedy).
Ci interessa piuttosto il suo strano stato mentale, evidentemente lontano dalla normalità, che ha ben presto suscitato sospetti e varie “teorie cospiratorie”.
Tra le più “accreditate” c’è quella esposta dal giornalista e avvocato Fenton Bresler nel suo libro del 1990 intitolato Who Killed John Lennon? Secondo lui, Chapman era un soggetto programmato mentalmente dai servizi segreti controllati dalla destra conservatrice statunitense legata all’astro nascente di Ronald Reagan. Per i politici più conservatori, il celebre cantante, con le sue dichiarazioni politiche piuttosto esplicite, era un insidioso sovversivo. Non a caso dunque, nei primi anni Settanta, pare che il presidente Nixon in persona, dopo aver fatto di tutto per negare a Lennon la cittadinanza americana, avesse addirittura intenzione di deportarlo. Il corposo dossier dell’FBI su Lennon rivela che il celeberrimo musicista fu sottoposto a “costante sorveglianza” almeno dal 1969 al 1976. Il suo appartamento e il suo telefono erano sotto controllo, e i pedinamenti risultavano tutt’altro che infrequenti.
Secondo Bresler, la sorveglianza si allentò notevolmente durante la presidenza democratica di Jimmy Carter, ma riprese più intensa che mai alla fine del 1980, dopo l’elezione di Reagan coordinata dall’agente segreto William J. Casey, che l’anno successivo sarebbe stato messo a capo della CIA. Un “pericoloso estremista” come Lennon, appena tornato sulle scene con un nuovo album dopo cinque anni, non poteva più essere tollerato.

Per esporre la sua teoria cospiratoria, Bresler cita la giornalista radiofonica Mae Brussels, celebre per essersi occupata anche dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy e dello scandalo Watergate. La Brussels era convinta che si trattasse di una cospirazione. Reagan aveva appena vinto le elezioni, e il suo staff sapeva che soltanto Lennon avrebbe potuto portare un milione di persone nelle piazze a protestare contro le “nuove” politiche conservatrici.
Perciò agenti governativi avrebbero programmato mentalmente Chapman, usando proprio il romanzo di Salinger come “trigger” per innescare l’ordine, già scolpito nella sua mente, di uccidere l’ex Beatle, magari con una filastrocca tipo “John Lennon must die says the Catcher in the Rye”, o qualcosa del genere. Chapman sarebbe dunque una sorta di Manchurian Candidate(film veramente stupendo che vi consiglio di vedere ) tanto per citare l’omonimo film sul controllo mentale (intitolato in italiano Va’ e uccidi) diretto nel 1962 da John Frankenheimer e “rivisitato” nel 2004 da Jonathan Demme con Denzel washington

Una teoria analoga a quella di Bresler, che prende le mosse dalle stesse dichiarazioni di Mae Brussels, è stata proposta dal giornalista investigativo americano Alex Constantine. Quest’ultimo, nel suo libro The Covert War Against Rock, denuncia il governo americano per aver condotto per decenni una vera e propria “guerra segreta” contro i musicisti rock più celebri e politicamente attivi, nei casi più estremi anche attraverso assassini programmati con tecniche di controllo mentale come Chapman.
Secondo Constantine, prima di essere ucciso Lennon sarebbe stato vittima di una complessa operazione segreta denominata “Project Walrus” (dal titolo della celebre canzone dei Beatles attribuita a John). Tenendo sotto controllo il musicista britannico e sua moglie Yoko Ono, anche con “cimici” piantate in casa, la CIA mirava a controllare, diffamare e screditare, insieme a loro, l’intero movimento pacifista che rappresentavano.

Sopra: La foto di John Lennon che autografa una copia del suo ultimo disco per Mark Chapman, l’uomo che solo poche ore dopo l’avrebbe ucciso. Questa foto, scattata da Paul Goresh la fatale sera dell’8 dicembre 1980, è stata pubblicata sulle prime pagine dei giornali dal giorno successivo. Ma a ben guardare, la figura di Chapman non sembra più un disegno che una foto? Di questa immagine esistono anche altre versioni sia in bianco e nero sia a colori (peraltro sempre con viraggi diversi) in cui Chapman appare un po’ più reale. Si tratta però di rielaborazioni successive delle foto originali di Goresh, scattate solo in bianco e nero.

Esistono altre “versioni cospiratorie” dell’omicidio di John Lennon, ma francamente appaiono troppo fragili e stravaganti per meritare citazioni approfondite. Basti dire che un paio di esse considerano Yoko Ono, mai troppo amata dai fans dei Beatles perché possibile causa della loro separazione, o addirittura Paul McCartney tra i “mandanti” del delitto, per motivi personali collegati a vendette e gelosie.

 

Fine Parte II

 

Continua…

Fonte

 

 

 

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