In The Court of the Crimson King: oltre il significato dell’album

La strana copertina dei King Crimson e il suo significato espressivo scritto con sapienza e profondità oltre le note

 

 

Questo articolo rappresenta una analisi poetica dei significati e delle sensazioni legate a In The Court of the Crimson King, l’album dei King Crimson pubblicato nel 1969, estendendo la prospettiva oltre il semplice ascolto, allo scopo di fornire una spiegazione dei contenuti che hanno dato vita all’opera.

Getto uno sguardo verso il grande orologio appeso dinanzi la mia postazione d’ufficio. Le diciotto sono ormai passate da dieci minuti. Avrei dovuto terminare il mio turno lavorativo già da dieci minuti, dunque mi affretto a riporre le pratiche all’interno delle cartelle sparse sulla mia scrivania, spengo il computer, afferro velocemente il giubbetto adagiato sull’appendiabiti accanto alla porta d’ingresso e raggiungo la mia auto nel posteggio riservato ai dipendenti.

Al termine di ogni giornata lavorativa, per rilassare la mia mente, accendo la radio e viaggio tra le varie frequenze radiofoniche alla ricerca di un brano che soddisfi i miei gusti musicali. Non mi piace il brano, cambio, neanche questo, cambio, fruscio, cambio, parlano troppo, cambio. Meglio rovistare nella mia auto un CD che mi possa accompagnare durante il viaggio di ritorno verso casa. Dopo aver frugato sul sedile di destra dell’auto su cui sono accatastati alcuni CD, vengo colpito immediatamente da un volto con gli occhi sbarrati, sembrano terrorizzati. La bocca è spalancata e il naso rivolto verso l’alto. Il volto raffigurato nella copertina è stato dipinto con dei colori davvero intensi che subito catturano lo sguardo. Incuriosito da tale dipinto, inserisco il disco nel lettore CD della mia auto senza neanche leggere il nome del musicista o della band che lo ha composto, tanto meno il titolo. Accendo l’auto e imbocco la strada principale.

Tre, quattro, cinque… il display dell’autoradio segnala lo scorrere dei primi secondi ma non riesco a percepire ancora alcun suono. Aumento con delicatezza il volume dell’impianto e mi accorgo della presenza quasi impercettibile di alcuni rumori cacofonici che si confondevano con il caos generato dalle automobili in coda.

D’un tratto…SBAM! Come l’esplosione di un ordigno, entra un veemente riff di chitarra in sintonia con gli altri strumenti e il consueto paesaggio che si dipanava quotidianamente davanti al mio sguardo subisce un mutamento improvviso.

Gli individui che transitavano sul marciapiede, all’unisono affrettano il passo. Iniziano a procedere sempre più rapidamente sino a non avere più il movimento naturale del corpo umano. Il loro procedere ricorda il moto dei robot. Le auto sfrecciano in ogni direzione come cavalli imbizzarriti, ululano i clacson, stridono gli pneumatici sull’asfalto, lampeggiano i semafori come le appariscenti luci di Hollywood, gracchiano gli altoparlanti, i pedoni ora invadono la strada, “Oh no! Maledizione! Anche voi ora…” penso, mentre tento di liberarmi da questo caos. Provo a schivarli come fossero birilli ma si moltiplicano sul percorso impedendomi di fuggire. Inveiscono, urlano, tentano di invadere la mia auto. Mi assale il senso di panico, avverto la pulsazione cardiaca aumentare di intensità, il sudore imperla la mia fronte, respiro affannosamente, crescono le vertigini, d’improvviso svengo.

Dopo aver riaperto gli occhi, cerco di scrollarmi di dosso il senso di torpore che pervade la mia mente. Mentre mi trovo ancora disteso sul marciapiede, osservo il viale principale ma con enorme stupore noto che il manto stradale è ricoperto da un terreno sabbioso tipico dei villaggi dei film western.

Il silenzio è piombato sulla città. Sembra essere disabitata. D’un tratto odo in lontananza il ticchettio della suola delle scarpe che lambiscono il marciapiede. Tic…tic…tic…Intanto porto l’orologio da polso davanti ai miei occhi per cercare di riprendere padronanza del tempo ma mi accorgo che il fondo è totalmente bianco, anche le lancette sono scomparse. Tic…tic…tic… Allora appoggio i gomiti sul cemento gelido del marciapiede e tiro su il busto per vedere chi fosse l’impavido individuo intento ad attraversare quel paesaggio terribilmente desolato. Scorgo una figura scura che avanza tra la polvere sollevata dal vento. Non riesco a distinguere i lineamenti però sono certo che si sta indirizzando verso di me. Ha in mano una valigetta. Attendo che si avvicini. Tic..tic…tic… Il suo passo è lento e cadenzato ma dopo qualche minuto mi è di fronte.

Il suo volto marmoreo ed i suoi occhi sbarrati mi incutono un lieve senso di timore. “Dove sei stato?”, mi domanda con un tono di voce asettico. Indossa una bombetta sul capo, una cravatta nera gli scende sul petto e si infila all’interno di una giacca scura così come la camicia. I pantaloni corvini si prolungano sino ai lucidi mocassini.

Provo a dare una risposta coerente all’uomo ma non riesco ad emettere alcun suono. È come se le mie corde vocali fossero pietrificate. Muovo la bocca, tento di mostrargli il mio labiale, gesticolo, ma l’uomo rimane inerme. Mentre cerco un appiglio che mi aiuti a comunicare con lui, egli estrae dalla valigetta un oggetto, lo dispiega: è uno specchio oblungo di dimensione umana. Mi avvicino alla sua superficie ma non noto alcuna immagine riflessa, allora provo a tastare la lastra di vetro. Il materiale di cui è composta è molto strano, è una massa gelatinosa simile al mercurio, ma tuttavia non lo è. Posso solo constatare che è possibile entrare al suo interno.

Nel frattempo si alza un forte vento e con un tono esanime l’uomo afferma “È giunto il momento di oltrepassare lo specchio. Devi partecipare alla Grande Parata del Domani”. Senza esitare obbedisco.

Raggiunta l’altra parte dello specchio, dinnanzi a me si erge un muro ricoperto dalla muffa che si snoda tra un mattone e l’altro. Alcune piante rampicanti fanno da cornice ad una targa su cui si legge ancora:

The wall on which the prophets wrote
Is cracking at the seams
Upon the instruments of death
The sunlight brightly gleams

Cammino costeggiando il muro sino a quando raggiungo un enorme cancello arrugginito. È socchiuso. Un lucchetto penzola dalla serratura. Afferro le sbarre arrugginite e lo apro.

Il paesaggio che si estende oltre il cancello è agghiacciante. L’intero prato della collina è invaso da un esercito di croci, ognuna infilzata perpendicolarmente sul proprio cumulo di terra. Non vi è ne una foto e né il nome ad indicare chi vi giace sotto la loro esile ombra.

Intanto i colpi cadenzati di alcuni tamburi avanzano a ritmo di marcia. Ecco che dalla valle si intravede la Grande Parata del Domani risalire il sentiero. Tutti i partecipanti hanno abiti funerei e gli uomini nelle prime file indossano una divisa verde militare. Trasportano sulle loro spalle una salma avvolta in un lenzuolo candido. Si avvicinano ad una fossa e con poca cura, la gettano al suo interno. Una volta compiuto il lavoro, sempre a ritmo di marcia, abbandonano il luogo della sepoltura.

La curiosità che mi ha destato questa scena ha avuto la meglio sulla mia inquietudine, quindi per non destare attenzione, mi dirigo con passo felpato verso la fossa lasciata aperta ed incustodita. Spinto da un desiderio irrefrenabile di vedere chi vi fosse sepolto, srotolo con foga il lenzuolo che avvolge il cadavere, fino a quando il cuore non mi è balzato in gola. La salma avvolta nel lenzuolo ha il mio volto e sul collo penzola una targa con su scritto:

As silence drowns the screams
I fear tomorrow I’ll be crying

Corro lungo il sentiero in preda al panico e alla disperazione, urlo, scalpito, batto i pugni sul capo, cado e mi rialzo più volte, fino a quando non raggiungo una spiaggia deserta. Mi getto a terra stremato e lascio che il sole del meriggio muoia sul mio corpo mentre il sonno allevia il mio dolore.

Ad un tratto un canto melodioso di una giovane donna, su cui lo sciabordare delle onde costruisce la sua armonia, cattura la mia attenzione. Mi volto per capire da dove provenisse questa voce.

All’ombra di un salice noto una donna china a raccogliere dei fiori. Mi avvicino ad essa ed osservo il suo splendido manto candido, illuminato da un tenue riflesso lunare, che la ricopre dal capo sino ai piedi nudi. Mentre proseguo verso di lei con andatura timida, ella interrompe il canto, si volta e lascia scivolare a terra dei sassi, disegnando un cerchio sul suolo manto sabbioso. “Eppure ero sicuro che stesse raccogliendo dei fiori” penso. Non riesco più a capire se sto sognando o se ciò che sta accadendo è reale.

La donna, nel palmo della mano destra, stringe una rosa blu. Lentamente alza il braccio che teneva disteso accanto al busto e, senza proferire parola, mi consegna il fiore. Dopo di che, indicando la luna che si affaccia sul paesaggio notturno, mi rivolge un gesto inconsueto, simile al segno con cui gli Hippies si scambiano la pace, ma credo che ora quel gesto abbia un significato differente.

Tuttavia, con titubanza e la mano tremolante, contraccambio. Allora ella mi tende la sua mano affusolata e mi conduce verso una barca a vela di piccole dimensioni che riposa a riva, cullata dalle increspature marine. Durante il tragitto, tastando il palmo estremamente soffice della sua mano, mi accorgo che la donna non ha consistenza fisica. “Eppure mi sembra tutto così vero” bisbiglio tra me.

Arrivati all’imbarcazione, saltiamo al suo interno, la donna afferra il lungo manico del timone e prendiamo il largo attraversando il mare oscuro che si confonde con il cielo notturno.

Non una sola stella brilla nel cielo, ora anche la luna è scomparsa. Brancoliamo nel buio pesto. Il mare non emette più alcun suono ed ho come la sensazione di viaggiare nel vuoto. Mentre galleggiamo nelle tenebre, in lontananza si intravedono alcuni bagliori verdi simili ai colori dell’aurora boreale. Dopo aver creato alcuni giochi di luci, i giochi di luce acquisiscono maggiore potenza e di volta in volta mutano la pigmentazione, ora si fanno bianchi, ora gialli, ora arancioni per poi lasciare spazio al rosso che si diffonde avvolgendo cielo e mare. Affascinato dal viaggio interpello la donna “Dove stiamo andando?” “Sei tu che ci conduci” risponde “desideri entrare alla Corte del Re Cremisi”.

Dopo aver pronunciato tali parole, quel rosso intenso inizia ad affievolirsi per lasciare spazio al destarsi del sole, il quale inizia a disegnare la linea dell’orizzonte su cui compare un’isola.

Su di essa svetta un possente castello gotico, protetto da una imponente cinta muraria. In pochi istanti siamo ai suoi piedi. Attracchiamo al porticciolo di legno, balziamo giù dalla barca, chiedo alla donna se fo…ma lei d’un tratto scompare. Dovrò entrare all’interno di quel castello da solo.

Prendo coraggio e mi avvicino al portone che separa la cinta muraria dall’esterno. Esso è sorvegliato da un uomo dal volto ricoperto dal cappuccio della sua lunga tonaca. Ha il capo chino. Dal cappuccio fuoriesce soltanto una lunga e folta barba bianca. Appena avverte la mia presenza, spalanca il sontuoso portone ed imbocco il sentiero che mi conduce verso l’ingresso principale del castello.

Nel momento in cui varco la soglia mi sento come schiacciato dalla sua maestosità. Sembra di entrare all’interno della cattedrale di Notre Dame. Dai coriandoli e le stelle filanti sparse lungo il pavimento, suppongo che durante la nottata debba essersi celebrata un’importante cerimonia.

Con profonda riverenza, salgo la scalinata e noto che lungo il corridoio del piano superiore vi sono nove stanze, posizionate una di fronte all’altra, esclusa l’ultima della fila di sinistra, l’unica dischiusa. Entro e mi trovo catapultato in un teatro ottocentesco. Le luci sono spente ed il palco è in penombra. Decido di riposarmi sedendomi su una poltroncina dell’ultima fila. Nel momento in cui mi accomodo si accende un fascio di luce che va ad illuminare un pifferaio. Indossa un abito giallo, è seduto sotto il palco, in un angolo, a gambe incrociate. Inizia ad intonare una melodia soave, dopo di che si accendono le luci sul coro, posizionato sopra il palco, il quale esegue un canto talmente solenne da commuovere il pifferaio. Ho la pelle d’oca.

Durante l’esibizione del coro, sul palco si susseguono personaggi e scene delle ultime avventure trascorse. Ci sono proprio tutti. Ci sono gli uomini che si muovo all’impazzata nella città roboante, c’è l’uomo misterioso mentre mostra lo specchio, ora è il momento del corteo funebre della Grande Parata del Domani mentre la marionetta raffigurante la donna dal dolce canto sorvola il palco, poi fanno la propria comparsa i funzionari del castello, ed infine la Regina stessa, affiancata dalla figura del Re il quale è una proiezione della mia figura.

Al termine della rappresentazione, le luci si spengono e dall’alto scende uno schermo cinematografico. Dal fondo della sala viene proiettata una diapositiva su cui si legge:

The Yellow Jester does not play
But gently pulls the strings
And smiles as the puppets dance
In the Court of the Crimson King

Di colpo balena nella mia mente un ricordo. Un uomo anziano, nel piccolo borgo in cui ho trascorso la mia infanzia, dinnanzi un fuoco acceso, ci recitava questa poesia:

Peace is a stream
From the heart of a man;
Peace is a man, whose breadth
Is the dawn.
Peace is a dawn
On a day without end;
Peace is the end, like death
Of the war

In The Court of the Crimson King: oltre il significato dell’album — Auralcrave

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