Public Enemy ‘Fear of the black planet’- il rap vero e la trap

I Public Enemy sono ancora il simbolo del vero rap dopo quasi trentanni?

La trap affonda veramente nel rap americano?

 

 

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La copertina di ‘Fear of a black planet’

 

Troppo pseudo-rap, formato da posers, finti “nigga” dediti alla bella vita, bianchi che si atteggiano, video dove si vedono solo belle macchine e donne hanno fatto dimenticare l’origine del rap nero americano

 

 

 

Tracklist

 

  1. Contract on the World Love Jam (strumentale) – 1:44
  2. Brothers Gonna Work It Out – 5:07
  3. 911 Is a Joke – 3:17
  4. Incident at 66.6 FM (strumentale) – 1:37
  5. Welcome to the Terrordome – 5:25
  6. Meet the G That Killed Me – 0:44
  7. Pollywanacraka – 3:52
  8. Anti-Nigger Machine – 3:17
  9. Burn Hollywood Burn – 2:47
  10. Power to the People – 3:50
  11. Who Stole the Soul? – 3:49
  12. Fear of a Black Planet – 3:45
  13. Revolutionary Generation – 5:43
  14. Can’t Do Nuttin’ for Ya Man – 2:46
  15. Reggie Jax – 1:35
  16. Leave This off Your Fuckin Charts (strumentale) – 2:31
  17. B Side Wins Again – 3:45
  18. War at 33 1/3 – 2:07
  19. Final Count of the Collison Between Us and the Damned (strumentale) – 0:48
  20. Fight the Power – 4:42

 

Il disco

 

Il disco Fear of a black planet aveva molti cose particolari. Era arrabbiato, con testi dediti alla ribellione ma non distruttivo. Il pianeta nero era rappresentato dall’emersione e dal successo di queste rime infarcite di doppi sensi e parole poco gradevoli. Sapevano parlare con l’autorità dei leader (quei leader che politicamente non ha) alla comunità di colore americana e nel farlo riescono, senza mai lesinare sulla durezza del confronto, a fare comprendere, accettare, adottare il loro punto di vista ai bianchi di buon senso e buona volontà. Sanno essere sempre al passo con i tempi (quando non in anticipo) in una scena come quella rap che è solita bruciare i suoi protagonisti a mo’ di meteore e nello stesso tempo sono contigui all’universo rock .

Confezionarono degli assalti vocali ai limiti suonati con basso e batteria e non solo con samples,  riuscendo ad essere assimilabili, quasi da classifica. Sono passati da quel 1990 molti anni ma credo non farebbe male riascoltare questo disco specie a questi fenomeni da classifica rap che di vero ed autentico hanno veramente poco. Lo fanno per la loro falsa denuncia, i loro finti discorsi pseudo popolari, mentre loro se la ridono con le varie Ferrari e Rolex d’oro. Se ci fosse vera denuncia sociale tramite la musica, i testi sarebbero veramente di altro tipo.

 

 

La ribellione derivante dalla lotta di strada, dalla classe sociale, dall’alienazione del popolo di colore in America hanno alimentato i testi e la musica di protesta del rap originiario. La trap di oggi contiene una sorta di adeguamento, di finta ribellione e cantata da ragazzi pronti ad esporre su Instagram la loro ultima auto. ‘Fear of Black Planet’ incarna appunto la paura dei pregiudizi dei “bianchi” verso i “neri” ghettizzati in quartieri particolari della Grande Mela. L’hip hop spacciato per rap delle nuove leve italiane ha molto da imparare da questo disco. I tempi sono cambiati ma aspettiamo un vero disco rap che sia degno di questo nome in questi anni.

 

Musicaeanima.com

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Fonte corsiva

 

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2 commenti

  1. Articolo impeccabile, la Trap anche secondo me non ha nulla a che vedere con il significato e ritmi del rap, per il poco che ne conosco io, i cantanti sono creati sulla carta, é distruttiva, ripetitiva in modo scazzato ed annoiato, spuntata di aggressività, é autocompiacimento con deboli tratti maschili…per omologare i ragazzini a modelli innocui.

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