Le Beta Kitten e la moda Animalier

La moda del momento si chiama Animalier e sembra contraddistinta da particolari disegni confacenti ad animali selvaggi

Dov’è nata questa moda?

Cosa centra con la musica?

 

La moda sembra propinare sempre un tipo di abbigliamente nuovo e stravagante. Oggi spopola quelle chiamata animalier  fatta con disegni di pelle e fantasia riconduncibili ad animali selvaggi. L’origine di questo tipo di abbigliamento non è affatto così piacevole come potrebbe sembrare. Infatti il codice delle Sex Beta Kitten o schiave sessuali del mondo delle star era contraddistinto appunto da questo tipo di abbigliamento.

L’argomento sembra spinoso e difficile da accettare data la gravità dei compromessi che sono obbligate ad esercitare le dirette interessate ma si può pian piano spiegare semplicemente osservando. Facendo finta che non esista nulla e che sia tutta una coincidenza, guardiamo come si mettevano in posa e cosa mostravano le star della musica e del cinema.

Qui di seguito un elenco con relative foto di star famose del mondo musicale, schiave eppur famose, in catene invisibili eppure adulate. Il costo del successo è elevato e nessuno ne è esente. Il genere Animalier non è altro che l’abbigliamento delle star che sono state sottoposte al programma Monarch, che lo hanno sostenuto oppure lo sostengono attivamente.

 

Ecco un elenco di immagini delle Beta Sex Kitten e il loro abbigliamento Animalier

 

 

Project Monarch - Sex Kitten - Featured Singers-Banner

 Katy Perry

Project Monarch - Sex Kitten (Beta Programming) - Singers

A. Adele,  B. Lily Allen,  C. Cheryl Cole,  D. Beyonce

Project Monarch - Sex Kitten (Beta Programming) - Singers

A. Victoria Beckham,  B. Melanie Brown (Mel B),  C. Emma Bunton,  D. Melanie Chisholm (Mel C),  E. Geri Halliwell,  F. Whitney Houston

Project Monarch - Sex Kitten (Beta Programming) - Singers

A. Rihanna,  B. Leann Rimes,  C. Britney Spears,  D. Gwen Stefani,  E. Shania Twain,  F. Carrie Underwood

Project Monarch - Sex Kitten (Beta Programming) - Singers

A. Ke$ha,  B. Avril Lavigne,  C. Nicki Minaj,  D. Kylie Minogue,  E. Katy Perry,  F. Pink

Project Monarch - Sex Kitten (Beta Programming) - Singers

A. Christina Aguilera,  B. Mariah Carey,  C. Miley Cyrus,  D. Fergie,  E. Lady Gaga,  F. Debbie Gibson

 

 

Katy Perry (Sex Kitten)

 

Avete notato quante star internazionali ( praticamente  sono tutte) hanno un codice in comune? Questo è denominato BETA, rappresenta un mondo a parte che può essere decodificato e l’abbigliamento animalier non è altro che l’ennesima presa in giro da parte dell’èlite della moda per far indossare degli abiti di persone sostanzialmente manipolate. Poi ognuno la può vedere come vuole, possono piacere o meno ma resta il fatto che questo tipo di abbigliamento faceva distinguere le star sottoposte a questi trattamenti.

 

Il programma Monarch continua a passare inosservato e silente ma non per noi.

 

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Il simbolo dei Queen: l’origine della fenice e dell’uccello rosso

In vista dell’arrivo del film dei Queen ecco gli articoli dedicati a questa grande band

 

 

La prima parte

Il simbolo dei Queen: cosa rappresenta?

 

 

L’origine dell’uccello rosso disegnato da Freddy scritto da Carpeoro

 

  • L’uccello rosso della rinascita

Dante Gabriele Rossetti (Londra, 12 maggio 1828 – Birchington, 10 aprile 1882) pittore e poeta inglese, fu tra i fondatori del movimento artistico dei Preraffaelliti insieme a William Hunt, Ford Madox Brown e John Everett Millais.

Si interessò sin dalla giovinezza a Dante ed ai poeti del Dolce Stil Novo, passione ereditata dai genitori, ma anche ai romantici inglesi, alle novelle gotiche e agli scrittori americani come Edgar Allan Poe. I suoi dipinti sono ascrivibili alla corrente europea del simbolismo. Per supportare la tesi della sua appartenenza ai Rosa+Croce, nella tradizione paterna, dobbiamo ancora una volta fondarci sulle sue opere, ma già la sua inclusione tra i Simbolisti induce a fondati sospetti.

Il dipinto più importante della tematica dantesca del Rossetti “Beata Beatrix”, un olio dipinto nel 1863, un’opera comunemente ritenuta di simbolismo misterioso. Si tratta di un dipinto allegorico, ritenuto ispirato dalla morte della moglie di Rossetti, mancata per un avvelenamento da laudano, la droga degli intellettuali dell’epoca.

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Beata Beatrix, Dante Gabriele Rossetti

Raffigura la donna (che era stata modella del pittore) in una posa languida e sensuale; la sua chioma, naturalmente rossa, è come raccolta in un’acconciatura sfatta e sulle sue mani si sta posando un uccello rosso, simbolo della spiritualità, ma anche allusione al laudano che ha ucciso la donna, per il rametto che porta nel becco.

Alle sue spalle, una scena soffusa raffigura due personaggi, forse Dante e Virgilio. Quindi l’uccello rosso simbolo di morte, ma anche di rinascita, perché cosa è la morte se non il passaggio a qualcosa di diverso? Ma il simbolismo dell’uccello rosso, ricorrente fino ai giorni nostri, da D’Annunzio al film capolavoro “I Lautari” di Emil Lotijanu, Russia, 1972, la dice lunga sul significato dell’opera. La scena finale del film suddetto è l’autentica rappresentazione del mistero custodito dai Rosa+Croce simboleggiato dall’enigmatico volatile.

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Conclusioni generali sul simbolo dei Queen

Dietro ogni copertina, come evidenziato anche nella nostra rubrica dedicata alle cover, si sviluppa un grande lavoro. E’ molto difficile che esista un band che non dedichi molto interesse al messaggio esposto. Quella dei Queen mostra in effetti i legami esoterici della band alle conoscenze proprie di Freddy Mercury. Infatti la simbologia dell’uccello rosso, della fenice nera e il legame con il disegno della Regina mostra in effetti uno studio   sia per l’alchimia che per la sfera più trasformativa a livello psicologico ed  interiore. Freddy come una moderna Fenice è rinato a nuova vita e pur consapevole della sua imminente morte, nel concerto con David Bowie mostrava una trasmutazione del simbolo conosciuto da pochi. L’impegno di Freddy è stato sostanzialmente al termine dei suoi giorni mostrare che sarebbe morto a breve ma  come un nuovo ciclo. La fine era una rinascita. Mercury pertanto è un simbolo anche di un musicista che ha transitato messaggi esoterici ed alchemici  nei testi e nei concerti. Il simbolo scelto come logo della band dimostra una determinazione spiccata verso la rinascita ma anche verso il lato più nobile dell’alchimia. I leoni inchinati sono un simbolo di potere e la Regina quindi è stata alla fine veramente una monarca sopra altre band. I Queen ancora dominano ancora dall’alto della musica come una Fenice con le ali aperte.

 

Fonte

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Il simbolo dei Queen: cosa rappresenta? Parte I

In vista dell’arrivo del film dei Queen ecco gli articoli dedicati a questa grande band

Cosa simboleggia il contrassegno distintivo dei Queen?

Ecco un articolo molto interessante scritto da Carpeoro che magistralmente lo spiega.

Lo stemma dei Queen, conosciuto anche con il termine inglese Queen Crest, venne disegnato da Freddie Mercury, che si diplomò al Ealing Art College di Londra, poco prima dell’uscita del primo album della band; infatti la versione originale del logotipo dei Queen, divenuto segno distintivo del quartetto, è riportato inoltre sul retro della copertina di Queen. L’immagine, che comparve per la prima volta in copertina con “A Day at the Races” nel 1976, è inoltre presente, in diverse versioni, nelle copertine degli album “A Night at the Opera”, “Greatest Hits II” e “Queen Rocks”.

 

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Mercury affermò che aveva disegnato questo logotipo perché voleva per il suo gruppo “un simbolo dell’epoca”, basandosi sullo stemma reale del Regno Unito, integrando per questo motivo eleganza, patriottismo e regalità. Questo logo, di cui esistono diverse versioni, era spesso visibile sulla grancassa della batteria di Taylor, durante i loro primi concerti. L’immagine include i segni zodiacali dei quattro componenti della band; due leoni rampanti, che identificano Taylor e Deacon, presidiano la corona della regina al centro di una “Q” (Queen), sormontata da un granchio color bronzo metallico che indica il segno di May, il Cancro, sopra il quale si libra un anello di fiamme che dà l’impressione di una seconda corona.

Due fate bianche, a rappresentare la Vergine, che identifica Mercury, contrapposte al color senape dei leoni, osservano dal basso la lettera. Tutti gli elementi sono sovrastati da una grande fenice con le ali spiegate, uccello mitologico conosciuto per la capacità di ritornare in vita dalle sue stesse ceneri, scelta in segno di immortalità e speranza. Il giallo e l’arancio sono i principali colori dello stemma, con una sfumatura di rosso per quanto riguarda la fascia che forma la “Q”.

Sulla parte inferiore, il nome “Queen” appare in stile latino, con curvature ben definite. Fin qui le spiegazioni ufficiali, o meglio superficiali. Peccato che i due leoni, che dovrebbero rappresentare i due componenti della band che hanno tale segno zodiacale, sono in posizione non astrologica e cioè rampanti e non seduti, e per giunta uno di essi è avvinto da una catena. Triste destino quello della Radix Davidis, regale per volere di Giacobbe e perseguitata e schiavizzata dal resto dell’umanità!

Peccato che il simbolo del Cancro sia quello del giorno iniziatico per eccellenza, il solstizio d’estate, o meglio il 24 giugno, ricorrenza del Battista. Peccato che le due fate non rappresentino il segno zodiacale della Vergine, col quale, a dire il vero, non hanno nulla a che vedere bensì rappresentino proprio il regno della regina, the Queen, raccontato da Spenser. Peccato infine che la fenice medesima sia raffigurata in posa non simbolicamente corretta, in quanto nella sua specularità col pellicano, che viene disegnato con le ali rivolte verso il basso, nel segno del suo sacrificio, essa invece viene quasi sempre rappresentata con le ali rivolte verso l’alto, perchè il risorgere è moto ascensionale, laddove dopo ogni resurrezione che si rispetti, c’è un’ascensione. E poi se si osserva attentamente il volatile come riprodotto nello stemma, sotto verranno riscontrato sette fiammelle, straordinariamente coincidenti e somiglianti con i sette piccoli dell’iconografia del pellicano. Insomma una fenice, a metà strada con un pellicano e forse quando arriveremo alle fine capiremo anche il perchè.

 

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  • Il video con David Bowie

È facilmente reperibile sul web un filmato piuttosto celebre dove Freddie Mercury e David Bowie, cantano un pezzo scritto da entrambi, accompagnati dai Queen.

In realtà è un montaggio, ma a nessuno è mai venuto in mente di esaminarne i fotogrammi, ma se qualcuno volesse farlo scoprirebbe dei particolari interessanti. Sulla grancassa del batterista c’è disegnato, interamente in nero, lo stemma della band. Normale, diremmo, ma ci sono dei specificità da sottolineare.

Innanzitutto il nero è colore inaccostabile simbolicamente alla fenice, mentre è perfettamente accostabile al pellicano, essendo il pellicano nero un simbolo di dolore e infelicità, laddove il sacrificio non sia utilmente rivolto nella direzione giusta.

Ma non basta: nel filmato il simbolo nero appare in pochi momenti solo dietro David Bowie e mai dietro Freddy Mercury!

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Inoltre lo stemma compare nel filmato anche nella sua versione luminosa, posizionato in alto alle spalle del palco, ma tranne alla fine, a palco vuoto, appare solo nei due momenti in cui Freddy Mercury e David Bowie vengono inquadrati insieme!

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Evidentemente la fenice-pellicano Mercury ha la alchemica facoltà di trasformare in oro anche il piombo del pellicano nero di Bowie!. Ma c’è di più: nonostante il simbolo fosse presente nella scenografia, si vede che qualcuno, nel montaggio del filmato lo ha sovrapposto, come a volerlo sottolineare, ancora di più…

  • Ma chi era la regina?

A questo punto dobbiamo ricordare che anche gli osservatori non di costume dietrologico come noi hanno introdotto la considerazione di come la scelta del nome della band, operata dallo stesso Mercury, sia stata ispirata al personaggio di Elisabetta I.  Ma con una corretta ispirazione dietrologica potremmo anche scoprire che il buon Freddy aveva un motivo in più rispetto a quelli storici e patriottici per scegliere proprio quella regina. Si perchè, grazie proprio a quella regina, il Pellicano e la Fenice sono stati anche in passato protagonisti di una particolare vicenda di simbiosi. Si tratta della storia insolita di due ritratti gemelli della regina Elisabetta I d’Inghilterra (1533-1603), realizzati forse dalla stessa mano e dallo stesso materiale ligneo, dipinti dal pittore Nicholas Hilliard.

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Elisabetta I, Ritratto del pellicano, 1576, Nicholas Hilliard.

 

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Immagine 279 Elisabetta I, Ritratto della Fenice, 1576, Nicholas Hilliard.

Nicholas Hilliard (c. 1547 – Londra, 1619) è stato un miniatore e orafo inglese, celebre per i suoi ritratti miniati dei membri della corte di Elisabetta I d’Inghilterra e di Giacomo I d’Inghilterra. Per la maggior parte delle sue opere si servì di piccoli ritratti ovali, ma sono celebri due sue pitture su tavola con il ritratto proprio di Elisabetta. I due ritratti di Nicholas Hilliard sono praticamente gemelli e in entrambi la regina è vestita alla francese. Si tratta del Ritratto del Pellicano e del Ritratto della Fenice dai due gioielli smaltati indossati sul corpetto, che raffigurano i due uccelli mitici, simboli rispettivamente di Redenzione e Carità e di Resurrezione e nella loro lettura cristologica. Il mistero del significato simbolico dei due ritratti affascina il pubblico inglese da molti decenni: essi infatti presentano infatti somiglianze straordinarie sia nella posa che nei colori, dando così vita ad un’evidente simmetria tematica. Il primo quadro, il Ritratto del Pellicano mostra un’Elisabetta al culmine del proprio vigore fisico, con il volto incorniciato da una vivace chioma rossiccia; il secondo dipinto, il Ritratto della Fenice,  riprende esattamente tali elementi, ma li stempera in toni opachi e scuri, simbolo forse dello scorrere inesorabile del tempo.

Da notare anche l’identica posizione del braccio della regina, in una posa ricorrente in ambienti esoterici che in massoneria veniva chiamata all’ordine profano.

È una tecnica, quella delle immagini simmetriche, adoperata anche da Giorgione nelle due opere speculari denominate la Giovane, o Laura, e la Vecchia.

In ogni caso, se interpretate unitariamente, come sembra essere opportuno esse simboleggiano i due significati speculari dei simboli in oggetto, sacrificio e resurrezione, anzi sacrificio che resuscita, come anche recepito dalla tradizione cristiana. Un grande omaggio ad una grande regina che dedicò e quindi sacrificò l’intera sua esistenza alla guida del suo popolo, o forse anche il messaggio che la stessa non fosse estranea alle cerchie segrete e esoteriche dell’epoca.

Ciò motiva anche la deroga accordata all’artista dalla regina, per il secondo ritratto, rispetto alla regola che aveva imposto a tutti i suoi ritrattisti di dipingerla giovane, fiorente e piena di colori e di energia., mentre tutte le altre raffigurazioni, anche

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Immagine 278, Elisabetta I, Ritratto del Pellicano, 1576, Nicholas Hilliard,
particolare del Pellicano in rilievo.

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Immagine 280, Elisabetta I, Ritratto della Fenice, 1576, Nicholas Hilliard,
particolare della Fenice in rilievo.

 

quelle degli ultimi anni di regno replicano meccanicamente le fattezze giovanili dei dipinti precedenti, a dispetto di una regina ormai calva e senza denti.

Perchè la resurrezione è aspetto tipicamente umano, rispetto all’immortalità che è invece è attributo divino. In ogni caso il simbolismo dei dipinti è evidente: il ritratto giovanile, quello col pellicano reca nei due angoli in alto, la rosa, come quella di Robert Fludd che da’ il miele alle api, e il il giglio sotto la corona con evidente richiamo al motto del Cantico dei Cantici già richiamato. Nell’altro nulla, perchè dopo la resurrezione si accede a nuova vita, ma entrambi i volatili hanno le ali rivolte verso il basso, come lo stemma di Freddy Mercury, laddove evidentemente per tutti, regina, pittore e rock star, la fenice e il pellicano rappresentano la stessa essenza, seppure in forme e manifestazioni solo contingentemente differenti.

  • L’enigma Freddy Mercury

Freddie Mercury (nome d’arte di Farrokh Bulsara; Zanzibar, 5 settembre 1946 – Londra, 24 novembre 1991) è stato un cantautore, musicista e compositore britannico. Nato a Zanzibar con ascendenze parsi e indiana, Freddie Mercury fu fondatore nel 1970 dei Queen, gruppo rock britannico di cui fece parte fino alla morte. È ricordato per il talento vocale e la sua esuberante personalità sul palco.

Per i Queen fu autore di brani di successo quali “Bohemian Rhapsody”, “Crazy Little Thing Called Love”, “Don’t Stop Me Now”, “It’s a Hard Life”, “Killer Queen”, “Love of My Life”, “Play the Game”, “Somebody to Love” e “We Are the Champions”. Oltre all’attività con i Queen, negli anni ottanta intraprese la carriera solista con la pubblicazione di due album, “Mr. Bad Guy” (1985) e “Barcelona” (1988), quest’ultimo frutto della collaborazione con la cantante soprano spagnola Montserrat Caballé, il cui singolo omonimo divenne l’inno ufficiale dei Giochi della XXV Olimpiade. Ammalatosi di AIDS, sviluppò a causa di ciò una grave broncopolmonite che lo portò alla morte, sopravvenuta il giorno seguente alla pubblica dichiarazione del suo grave stato di salute. Freddie Mercury è considerato uno dei più grandi e influenti artisti nella storia del rock; nel 2008 la rivista statunitense Rolling Stone lo classificò 18º nella classifica dei migliori cento cantanti di tutti i tempi mentre Classic Rock, l’anno successivo, lo classificò al primo posto tra le voci rock. Farrokh Bulsara, quindi zoroastriano, (Farrokh significa fortunato e felice è un popolare nome dato per i ragazzi tra zoroastriani musulmani e in Asia meridionale) cambiò il suo nome successivamente alla creazione dei Queen, in occasione di una particolare canzone scritta proprio da lui nel 1970.

Si tratta di “My Fairy King” e tratta di Rhye, un luogo immaginario creato da Mercury stesso e citato in altri brani successivi dei Queen, sulla scorta di tutti luoghi utopici dei Rosa+Croce. Da notare che Mercury prese in prestito alcuni versi da una poesia di Robert Browning, “The Pied Piper of Hamelin”.

Il tema della canzone presenta inoltre numerose analogie con il poema “My Faerie Queene” di Edmund Spenser. Questo il testo della canzone:

Nella terra dove i cavalli nascono

con le ali d’aquila

e le api hanno perso il pungiglione

si canta sempre.

La tana del leone con daini fulvi

e fiumi di vino così limpidi

che scorrono per sempre,

i draghi volano come passeri nell’aria

e agnellini dove soltanto Sansone osa.

Andare avanti avanti avanti avanti avanti avanti,

il mio Re delle fate può vedere cose,

domina l’aria e governa le maree,

che per me e per te non esistono.

Oh si, guida i venti,

il mio Re delle fate sa agire rettamente

e non sbaglia mai.

Poi nella notte l’assalto degli uomini,

correvano come ladri e uccidevano

come lame di coltello

per sottrarre il potere alla magica Mano

e causare la rovina della terra Promessa.

Loro hanno reso il latte acido,

così come il blu nel sangue delle mie vene.

Perché non capisci?

Il fuoco brucia all’inferno con il pianto

di un dolore straziante.

Figlio del cielo liberami, lasciami andare,

il mare si è prosciugato, non c’è più sale.

Nella sabbia le stagioni volano

e nessuno ci aiuta.

I sorrisi non splendono più come perle

agli occhi degli uomini infelici.

Qualcuno, qualcuno ha fatto sparire

il colore delle mie ali,

ha spezzato il mio anello fatato

e disonorato il Re, prima così orgogliosa.

ha cambiato i venti e confuso le maree.

Madre Mercury, Mercury

Guarda che cosa mi ha fatto,

non posso fuggire né nascondermi.

Il richiamo al poema di Spenser,  è evidente, colui che parla è uno dei sei cavalieri, precisamente Redcross.e In ognuno dei sei libri del poema infatti, vengono introdotti altrettanti cavalieri che rappresentano delle virtù. Redcrosse è quello della santità; Guyon della temperanza; donna Britomart della castità; seguono quelli dell’amicizia, della giustizia e della cortesia. Inoltre, la regina delle fate e Britomart possono essere identificate nella regina Elisabetta I d’Inghilterra, il che complica ulteriormente il poema. Si inserisce così un’allegoria storica che coinvolge anche vari eventi del Cinquecento inglese e irlandese.

 

 

Fonte

La distopia e i droni presenti nelle serie americane e nella musica che cosa sono?

Le serie televisive e cinematografiche spingono unitamente alle copertine musicali il concetto della distopia

La distopia è un concetto per il nostro benessere interiore oppure è deleterio?

 

“Che parte giochi in tutto questo? Tu che parte vuoi giocare? La scelta, come sempre, sta soltanto a te. Che tu ne sia o meno consapevole, sei un co-creatore della trama di questo pianeta. Il mio consiglio è di farlo consapevolmente.
Quando ti sveglierai? Vuoi realmente svegliarti? Se la tua risposta a questa domanda è
‘sì’, allora utilizza il catalizzatore e gli strumenti che abbiamo approntato per voi.”.

Questa è una parte di un dialogo del documento chiamato “Hidden Hand una finestra di opportunità”. Questa frase indica il fatto che possiamo capire cosa e come viene tessuta questa “trama”.

Il cinema, le serie e il cinema catalizzano nelle mente collettiva dell’umanità il concetto di controllo da parte di entità meccaniche. La serie Netflix Altered Carbon, i film Oblivion, Io Robot, Blade Runner e il recentissimo Upgrade dimostrano la volontà di immaginare un futuro distopico.

La musica ovviamente viene coinvolta dai disegnatori delle copertine per innescare questo concetto basilare: abbiamo bisogno di un controllo da parte di macchine. Noi stiamo perdendo la nostra identità umana e abbiamo davvero bisogno di queste cose? Siamo sicuri? Magari è solo un loro bisogno di controllarci e quindi è un loro problema che sta diventando il nostro?

Nella recensione dei Dream Theater ‘The Ashtoning‘ abbiamo fatto notare la similitudine con la copertina dei Megadeth ‘Dystopia‘. Queste immagini sono “catalizzatori”oggi del concetto e d’informazioni sulla DISTOPIA. Molte altre band e locandine riportano questo oggetto meccanico di controllo.

 

Le copertine

Dream Theater The Astonishing

 

dist

Megadeth Dystopia

 

muse-poster-ita-100x140L’ultimo Tour dei Muse chiamato ‘Drones World Tour’

 

Le locandine dei film confacenti all’uso dei droni

 

 

 

In Altered Carbon di Netflix è normalità vivere in uno stato di polizia e controllo

 

upgrade

In Upgrade è normalità vivere con automobili e droni controllati da computer

 

 

Nel futuro distopico di Blade Runner regnano il caos e i droni di controllo

io robot

Will Smith combatteva contro automi che controllavano ogni cosa

 

oblivion-v1-213517-1280x720

Oblivion descriveva dei droni che uccidevano l’essere umano che era anche clonato

 

 

La distopia e il drone

 

Cos’è un romanzo distocico e come nasce?
Il romanzo distopico (o antiutopico, o pseudoutopico) è caratterizzato dalla presenza nella storia di una società che è la peggiore possibile. Il termine distopia nasce nel 1868 ad opera del filosofo John Stuart Mill, anche se un termine diverso ma dallo stesso significato (cacotopia) era già stato usato nel 1818 da Jeremy Benthan. Si contrappone, naturalmente, al termine utopia, il quale identifica un non-luogo socialmente perfetto, reale o metaforico.
L’ambientazione del romanzo distopico è sostanzialmente un lontano futuro, o un presente che si è evoluto in modo diverso – e peggiore – da quello reale. Il genere non è affatto nuovo: già nel primo Novecento incontriamo narrazioni fantapolitiche e antitotalitarie.
Precursore del genere è forse H.G. Wells, che nel 1895, nel suo romanzo La macchina del tempo, aveva immaginato un futuro in cui i discendenti della classe dirigente vittoriana, gli Eloi, venissero allevati come carne da macello dai Morlocchi, discendenti della classe operaia.

 

Questo controllo si opera tramite oggetti meccanici senza sentimento. Il mondo della musica e del cinema hanno innestato il concetto di normalità per questi oggetti svolazzanti ma usati solo esclusivamente per toglierci la libertà personale individuale e sociale. La distopia si attua tramite la sottomissione a questi oggetti. “Che parte giochi in tutto questo? Tu che parte vuoi giocare? La scelta, come sempre, sta soltanto a te.”

Ad ognuno le sue personali valutazioni.

 

 

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Fonte recensione

Estratto HH : Hidden Hand una finestra di opportunita’

Tu chiamale ‘coincidenze’: musica e cinema uniti?

La simbologia domina la vita dello star system

Ecco una recente raccolta di copertine, tutto un caso?

 

Rita Ora
Shawn Mendes e il suo nuovo profilo social

 

Regina Máxima
Da First Class magazine
Karamo Brown – star of the Netflix
  La modella Anna Mila Guyenz
Taylor Swift
Vogue India
L’Équipe

 

La pubblicità di un casinò. Notare in alto a sinistra ” quando non sanno con chi stanno giocando”
Britney Spears
Pubblicità commerciale
Joel McHale per  Netflix
Paris Jackson
La locandina deI film Skyscraper 

La locandina del nuovo Die Hard

 

 

 

 

Ad ognuno le sue valutazioni.

 

Fonte

Mk Ultra-Monarch e il mondo della musica: il documentario

Il progetto Mk Ultra a Monarch, transitato nei video musicali è una realtà!

Il documentario a 360 gradi sulla connessione tra gli impieghi militari e le celebrità dello star system

Il video è inglese ma le immagini sono eloquenti con i sottotitoli per capire meglio.

 

 

Buona visione!

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Supernova Pizzagate: l’escalation tra cinema e musica

Il fenomeno #pizzagate continua a creare sconcerto ed incredulità

Dagli States all’ Italia c’è un filo conduttore che guida i vertici: la pedofilia delle star?

Musicaeanima non è il solo che ha affrontato questa delicata questione ma giornalisti di tutto il mondo. Solo in pochi riescono ad accettare il codice pizza inserito nei testi, nelle canzoni  e nelle foto Instagram delle loro star preferite dedite all’abuso dei minori

 

Riportiamo fedelmente un articolo che ne parla partendo dagli albori del più grande scandalo dello star system musicale e cinematografico!

 

 

Questa è la storia di una leggenda metropolitana che come tutte le leggende metropolitane ha due caratteristiche essenziali: è tanto affascinante quanto campata per aria. Però, proprio come le leggende metropolitane, ha pure un fondo di verità, e quel fondo di verità è talmente orribile che proprio non si capisce come mai di questa storia nessuno ne abbia ancora parlato. Allora non è proprio campata in aria! Anzi!

Tutto comincia il 28 agosto 2016, due mesi e mezzo prima delle elezioni che hanno cambiato la storia degli USA e del mondo intero. Quel giorno il New York Post scrive che il Democratico Anthony Weiner è sotto inchiesta per aver mandato alcuni messaggi erotici, corredati da foto pornografiche, a una donna di 28 anni, e che Weiner, nel gioco erotico, si sarebbe persino fotografato di fianco a suo figlio.

Quello di Weiner non è un nome qualunque: ex enfant prodige del partito Democratico, amatissimo dagli elettori new yorkesi, Weiner venne travolto da un primo scandalo a sfondo sessuale nel 2011 quando manda una foto di se stesso, in posa adamitica, a una sua follower su Twitter – la quale non perde tempo a girare la foto alla stampa. Perdonato dall’opinione pubblica, corre per la carica di sindaco del 2013 e secondo i sondaggi è addirittura in testa: ma poi ci ricasca e sotto l’alias di “Carlos Danger” manda altre foto di se stesso, completamente nudo, a una 22enne (il tutto è raccontato dal documentario “Weiner”, uno dei più grandi successi al Sundance Film Festival 2016).

Ma soprattutto Weiner è anche il marito della potentissima Huma Abedin, assistente/migliore amica/ombra di Hillary Clinton, di cui è stata chief of staff per la campagna 2008 e vice chair per quella del 2016. Proprio come Hillary, anche Huma ha accettato per anni le intemperanze del consorte senza fare un plissè, cosa che, nei meandri del web – quei vicoli bui dove girano tizi più psicolabili che i personaggi di un romanzo di Dostoevsky –  ha contribuito a istituzionalizzare una delirante teoria. Se vi ricordate di True Detective – season 1 vi ricorderete anche come tutta la storia ruoti attorno a un torbido giro di pedofili satanisti appartenenti al mondo della politica nelle sue più alte cariche: quella storia fa il verso a una leggenda metropolitana popolarissima negli Stati Uniti, secondo cui ci sarebbe  una trasversale rete di pedofili che comprende persone vicine alla Presidenza, politici di primissimo piano e Vescovi della Chiesa Cattolica.

Si sa come sono le leggende metropolitane, dai coccodrilli nella fogne di New York in poi. Ma gli Stati Uniti sono anche il Paese dove di pedofilia si parla poco, troppo poco a causa del  proverbiale perbenismo americano che tutto nasconde: e così notizie come questa – 474 (quattrocentosettantaquattro) persone arrestate in California per “human traffick” – sono relegate alla cronaca locale, e ciò alimenta – come mostrato in True Detective – voci, teorie del complotto e tutto quel moto di rabbia e odio verso l’establishment corrotto e degenerato alla base del movimento pro-Trump.

Follie non supportate da alcun fatto concreto, neppure degne di essere menzionate sui giornali – con buona pace delle centinaia di migliaia di paranoici che sui forum ne sono assolutamente convinti. Tanto più che, dopo la notizia del New York Post, la Abedin si separa da Weiner.

Sembra finita. E invece no, perché il 21 settembre 2016 il Daily Mail scrive che Weiner ha mandato alcuni messaggi pornografici e una foto del suo pene a una ragazzina di 15 anni, a cui ha descritto anche, con dovizia di particolari, le sue fantasie sessuali. Weiner nega, sminuisce, ma poi vengono pubblicate le schermate dei messaggi: e dire che sono disgustosi è dire poco.

Immaginate però la reazione registrabile sul web, del corpaccione della società americana convinta che ci sia un gigantesco complotto atto a coprire una micidiale reti di pedofili che si annida fino alle più alte cariche dello Stato. A voglia a prendere le distanze da una persona evidentemente malata: nell’immaginario di una certa parte della popolazione per la Abedin, e di riflesso, per la Clinton, il colpo è durissimo.

Così si arriva al 7 ottobre 2016, il giorno in cui Wikileaks pubblica le email riservate di John Podesta.

Quello di Podesta sulla tavola periodica di Washington è un nome pesante come il Tungsteno: capo di Gabinetto di Bill Clinton, primo consigliere di Obama, chairman – ovvero Capo Supremo – della campagna di Hillary.

Il 7 ottobre, però, succede anche un’altra cosa, edè’ una cosa strana, la prima di una lunga serie: viene rilasciato il famoso video di Trump che dice “grab them by the pussy”, letteralmente “afferrale per la figa”, vantandosi di poter possedere una donna come e quando vuole grazie ai soldi e alla fama. Da quel momento, sui media americani mainstream – quelli “alla luce del sole” – non si parla d’altro (e se ne parla ancora oggi) che di Trump, del suo maschilismo, delle donne pronte e tutto pur di ribellarsi. Ma nei sotterranei del web, in quei vicoli dove si è convinti che l’uomo non sia mai andato sulla luna e che l’AIDS non esista, ci si domanda altro: visto che il video di Trump è vecchio di un decennio, come mai è spuntato fuori solo adesso? Ma certo – dicono giù in basso: per distogliere l’attenzione dalle email di Podesta.

Le settimane passano: lassù, i media fanno a gara a chi stigmatizza con più ferocia il maschilismo del candidato Repubblicano; laggiù, su oscuri forum e siti mai sentiti prima, si radunano le truppe di chi crede che l’F.B.I. stia, ancora una volta, cercando di proteggere la rete dei pedofili di cui fa parte Weiner e di cui, per osmosi, fanno parte anche altri nomi di spicco del partito Democratico.

Siamo a dieci giorni dalle elezioni. Esplode la notizia che il direttore dell’F.B.I. James Comey ha deciso di riaprire l’indagine sulle email della Clinton. È successo che indagando sui device in uso alla Abedin per il caso di Weiner siano saltate fuori altre comunicazioni Clinton/Abedin precedentemente non esaminate. La nuova indagine finirà in una bolla di sapone. Ma il nome di Weiner e dell’inchiesta sulle sue inclinazioni sessuali colpiscono le migliaia di adepti delle varie Chiese dei Complotti, che da giorni stanno leggendo per il fino le email di Podesta.

Ed è a questo punto che scoppia la supernova del “Pizzagate”.

Qualcuno si accorge che nelle email di Podesta sono presenti decine e decine di riferimenti ad alcune “Cheese Pizza”, pizze col formaggio, che appaiono completamente slegate dal contesto. Un oscuro account twitter scrive che “Cheese Pizza” starebbe per “Child Pornography”, e sarebbe un linguaggio criptato, usato dai pedofili per riferirsi ai minori. Ci troviamo davanti a qualcosa di completamente inventato, a una teoria costruita a posteriori sulla base di una coincidenza semantica – il fatto che Cheese Pizza stia per Child Pornography non trova infatti riscontro in nessun documento ufficiale. Ma in America ci sono migliaia e migliaia di persone che si domandano come mai i media crocifiggano Trump per il grab them by the pussy ma tacciano – con pochissime eccezioni – sul caso di Weiner. Così il “Pizzagate” si diffonde a macchia d’olio, arricchendosi di particolari.

Podesta, per esempio, è amico di James Alefantis, uomo d’affari di Washington molto chiacchierato: GQ lo ha inserito tra le 50 persone più potenti di D.C. eppure sulla carta Alefantis è solo un imprenditore nel campo della ristorazione. Tra le sue proprietà c’è anche la Comet Ping Pong Pizza, una pizzeria citata nelle email. Per i complottisti non ci sono dubbi: la Comet Ping Pong Pizza è il luogo dove i pedofili si danno appuntamento, cosa che spiega anche il potere di influenza di Alefantis. Non basta: qualcuno scopre che a pochi metri dalla Comet Pizza c’è un’altra pizzeria, chiamata Best of Pizza. Per un’incredibile coincidenza il logo della Best of Pizza è  simile a un logo che un imprecisato rapporto dell’F.B.I. identifica come usato da una banda di pedofili sgominata a suo tempo.

Nella foto vedete a sinistra il logo “Boy Lover” e a destra quello della sfortunata pizzeria.

 

Non basta. Viene fuori che alla Comet Pizza è solita esibirsi una band chiamata Sex Stains – letteralmente “macchie di sesso”. E in uno dei video della band, manco a dirlo, appare un logo identico a quello “Boy Lover”.

 

Siamo nella classica situazione dove, in forza di un pregiudizio (“la storia DEVE essere vera”) si guarda la realtà con occhi diversi, e si legge ogni minimo dettaglio non come indipendente ma come diretta conseguenza del dettaglio precedente. Non si “vede per credere” insomma, si “crede per vedere”. Qualcuno, poi, si ricorda che Podesta era amico anche di Dennis Hastert, ex speaker della Camera, condannato a 15 mesi di galera per aver molestato un minore.

La rete – letteralmente – esplode, anche perché i media tradizionali, invece che contribuire a fare ordine, continuano a ignorare il tutto per non sporcarsi le mani con quella che a loro dire rimane una fake news. Ma quest’atteggiamento diventa benzina nelle mani di chi accusa i media di omertà e così si arriva al giorno delle elezioni dove, secondo un sondaggio di un istituto indipendente, un Americano su sei o crede che la storia del Pizzagate sia reale oppure ha il dubbio che possa essere vera.

8 novembre 2016: Donald Trump diventa il 45esimo Presidente degli Stati Uniti e il mondo intero è sotto shock. Sui media comincia quel lungo, drammatico processo di elaborazione del lutto.

Nell’universo parallelo online, però, il Pizzagate rimane un’ossessione. In Turchia, ad esempio, la notizia del Pizzagate viene riportata dai principali giornali vicini ad Erdogan (Sabah,  A Haber, Yeni Safak). Il giocatore di basket NBA Andrew Bogut scrive molti tweet in cui se ne dice assolutamente convinto: quando si infortuna i complottisti dicono che è stato sprangato per il suo pubblico supporto alla conoscenza del Pizzagate. I dipendenti del Comet Pizza, i Sex Strained e tutti i soggetti anche solo tangenzialmente toccati dalla teoria sono costretti a cancellare i loro profili social perché bombardati di minacce.

Il peggio accade il 4 dicembre 2016, quando Edgar Welch, 28 enne del Nord Carolina si presenta al Comet Pizza e spara tre colpi di fucile per “fare giustizia”. A questo punto la notizia finalmente raggiunge la luce del sole – ne parlano distrattamente anche i giornali italiani – ma invece di approfondire e spiegare perché il Pizzagate non sia altro che una serie di coincidenze messe insieme ad hoc per costruire una storia di finzione, i giornali la liquidano sbrigativamente, ancora una volta, come una fake news. Il risultato è l’opposto: un nuovo sondaggio rivela come ora, negli Stati Centrali degli Stati Uniti, il 20% della popolazione (repubblicani e democratici insieme) sia convinta che la storia sia vera, che ci sia veramente un giro di pedofili satanisti – di cui fanno parte anche Obama e la Clinton –  che dopo aver legiferato si ritrova in una pizzeria a sacrificare ragazzini.

A questo punto entra in scena un nuovo personaggio. Alex Jones, una vera e propria autorità nel campo delle teorie dei complotti, noto per aver diffuso delle panzane clamorose ma anche per aver denunciato, prima di tutti e in modo circostanziato, gli abusi di alcuni preti cattolici nell’Ovest del Paese. Sorprendentemente, Jones sul Pizzagate e’ rimasto silente, prima di dichiarare che si tratta di una farsa: una farsa, però, ordita proprio dall’F.B.I.

Il ragionamento di Jones è contorto, ma dotato di una sua logica apparente. Come ha fatto una storia come il Pizzagate –  si chiede il Michael Moore dei complotti – a diffondersi in modo così impressionante? Perché da un singolo tweet di un account anonimo (o secondo altri, appartenente a un imprecisato “suprematista bianco”) si e’ arrivati a una valanga di simili dimensioni? Secondo Jones l’F.B.I. ha fabbricato ed etero-diretto la storia del Pizzagate, con tutte le sue imprecisioni, le sue lacune, la sua evidentissima infondatezza, per distogliere l’attenzione. Far credere, insomma, che tutte le chiacchiere su Washington e pedofilia siano bugie, paranoie, fandonie di destra estrema per far vincere l’odiato Trump. E così, contemporaneamente, proteggere l’indagine su Weiner, un’indagine a dire di Jones clamorosa, che rivelerebbe come una “società segreta di pedofili” dentro i gangli del potere americano esista sul serio. Citando imprecisate “fonti investigative”, Jones dice che nei computer di Weiner gli investigatori non abbiano trovato solo la foto mandata alla 15enne, ma decine e decine di immagini ben peggiori, e che per il marito di una delle donne più potenti d’America penda ora un’accusa da15 o addirittura 30 anni di galera.

Jones, col suo enorme seguito online, riaccende i riflettori su Weiner, di cui si sono perse le tracce da settembre. Di una accusa così pesante – pedofilia vera e propria – nessuno sa niente.

Del caso si interessa allora un giornalista dichiaratamente repubblicano di nome Ben Swann. Anchorman della CBS, Swann è noto per avere una rubrica chiamata Reality Check in cui analizza teorie del complotto ed eventi soprannaturali in maniera “quasi” oggettiva. Pur avendo, in passato, romanzato alcune notizie riguardanti UFO o complotti governativi, la puntata di Swann dedicata al Pizzagate è realmente equilibrata. Il tono e’ enfatico, ma Swann ha cura di ripetere chiaramente che gli snodi fondamentali sono il frutto di congetture non supportate da nulla. Lo show va in onda il 17 gennaio 2017. Il giorno dopo Swann viene travolto su internet da un’incredibile shitstorm: decine di migliaia di persone lo accusano di aver dato spazio a una bufala. Swann, di fatto, scompare: chiude il suo account twitter e per dieci giorni sparisce dalla circolazione. Quando riappare, non fa menzione di nulla. Qualcuno la considera l’ennesima prova che la cospirazione è reale; qualcun altro pensa ad una “finta nella finta” – ovvero il giornalista avrebbe fatto apposta a sparire dalla circolazione per dar l’idea che davvero qualcuno abbia cercato di “tappargli la bocca”.

Il 31 gennaio 2017 però esplode una notizia ben più rumorosa: l’F.B.I. sta davvero valutando se incriminare Weiner con un’accusa da 30 anni di carcere, e Weiner sarebbe sul punto di fare plead guilty – dichiararsi colpevole, cosa che eviterebbe il processo e quindi coprirebbe il reale contenuto delle accuse e del materiale eventualmente trovato nei suoi computer.

Questa notizia (qui riportata dal Wall Street Journal, a dimostrazione che si tratta di una notizia reale e non di una fake news)  non ottiene, ancora una volta, la visibilità che sarebbe lecito aspettarsi. Inoltre salta fuori che tra la Abedin e Weiner ci sarebbe stato un clamoroso riavvicinamento.

Non si sa cosa l’F.B.I. abbia o non abbia trovato nei device di Weiner. E soprattutto, non esiste – ad oggi – nulla che indichi come il caso coinvolga altri soggetti oltre Weiner. Ma ai complottisti non interessa. Jones canta vittoria: è la prova che le sue fonti hanno ragione e di conseguenza che, secondo lui, dietro Weiner c’è qualcosa di terribile e grandissimo. Tutti gli altri, davanti all’ennesimo silenzio dei media, registrano la notizia come definitiva conferma delle loro convinzioni.

In fondo a questa lunga storia in cui la verità si ingarbuglia di continuo con la finzione è possibile trarre alcune conclusioni:

1) Il Pizzagate è follia ma Anthony Weiner è una persona pericolosa. Non riportiamo le schermate dei suoi messaggi per rispetto dei lettori e della vittima, ma chiunque può cercarli e leggerli online (diciamo solo che viene usata la stessa parola di Trump, pussy, ma in ben altro rivoltante contesto). Essendo multi-recidivo, è difficile pensare che chi gli stava accanto fosse all’oscuro delle sue inclinazioni e ancora più difficile è capire perché, nonostante la separazione, dalla Habedin non siano arrivate parole di condanna ben più dure nei confronti del marito, neppure ora. Ci mettiamo nei panni dei genitori della ragazzina molestata, e rabbrividiamo.

2) Il motivo per cui i media Americani – e poi del resto del mondo – abbiano dato il risalto che hanno dato al grab them by the pussy ma abbiano trattato coi guanti lo scandalo-Weiner non ci è chiaro. Certo, Weiner non era candidato, ma qui non parliamo di una figura marginale, parliamo del marito della prima collaboratrice di quella che, proprio a detta di quei media, sarebbe stata la futura Presidente degli Stati Uniti.  Si parla molto di fake news, ma il fenomeno delle fake news e della gente che rifiuta in blocco l’informazione tradizionale nasce anche e soprattutto da casi come questi, quando la stampa rinuncia sfacciatamente al suo ruolo super partes, utilizzando due pesi e due misure.

Pensate se Stephen Bannon, il primo collaboratore di Trump, avesse avuto un migliore amico o un fratello invischiato in un caso di pedofilia: sarebbe scoppiato il finimondo.

3) Allo stesso modo, ci sfugge completamente il perché negli Stati Uniti si abbia paura a parlare di pedofilia. Il caso dei 474 pedofili arrestati in una maxi operazione, che ha portato al salvataggio di 28 bambini tenuti prigionieri, è – a naso – un fatto clamoroso, che dovrebbe meritarsi le aperture di tutti i giornali e telegiornali per giorni. Invece è passato completamente sotto silenzio – all’estero, compresa l’Italia, nessuno ne ha parlato – al punto che chi scrive ha avuto il dubbio si trattasse di una notizia falsa. E invece la notizia è vera, dopo un paio di giorni è arrivato anche questo lancio dell’ABC (poi subito cancellato): ma di nuovo, siamo nel campo della cronaca locale, o statale, mentre 474 pedofili arrestati tutti insieme, nel solo Stato della California, sono un qualcosa di molto serio.

Anche qui, nel momento in cui la stampa fallisce nella sua missione di informare – per una ragione che stavolta ci sfugge per intero – si aprono quelle voragini dove puntualmente si insinuano i complottisti.

4) L’arroganza, l’incapacità e la disonestà intellettuale dei Democratici Americani è qualcosa di altrettanto sconvolgente. Dell’attitudine criminale di Weiner tutti sapevano, eppure nessuno ha ritenuto opportuno far nulla, fino a quando non si era già trascesi nel paradosso totale, quello per cui da un lato si criticava Trump per essere maschilista e dall’altro la prima collaboratrice di Hillary – con un posto di primissimo piano assicurato in caso di vittoria – era felicemente sposata con un tizio indagato per pedofilia. A tal punto si erano convinti di poter controllare la Stampa Americana – quella stessa Stampa che in centinaia di libri e di film avevamo imparato a venerare – che si è andati avanti tranquilli, facendo finta di niente, certi che tanto nessuno avrebbe fiatato.

5) Qualunque critica ai Democratici non significa che allora il resto vada automaticamente bene. A quasi cinquant’anni dal Mazzola-Rivera sarebbe ora che si uscisse dal manicheismo per cui se critico ferocemente A allora B è un Santo e viceversa. Il divieto di Trump sull’Immigrazione, che ha tenuto fuori dal Paese professori, medici e studenti Universitari resta una legge giuridicamente assurda e politicamente razzista (e razziale) – e questo a prescindere da quello che l’inchiesta su Weiner ha scoperto o scoprirà. Piuttosto, vale la pena ribadire come Trump andasse criticato ai tempi sui contenuti, sulle politiche, e non certo sulle sue boutade studiate a tavolino. Concentrandosi solo sulle sue provocazioni, e contemporaneamente chiudendo tutti e due gli occhi davanti alle malefatte dei Democratici – che, ricordiamolo, hanno anche alterato le elezioni primarie a svantaggio di Bernie Sanders – hanno prodotto una situazione di chaos come non se vedevano dall’inizio dal Novecento.

I cui effetti nefasti abbiamo appena cominciato a scoprirli.

Nel frattempo gli arresti sono cominciati e proseguiranno. Il codice pizza è stato svelato e come un domino sta tirando giù tutti. Asia Argento ha nel suo Instagram foto inequivocabili in codice. Chi sarà il prossimo?

 

Musicaeanima

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Fonte

Il Pizzagate- tutti gli articoli sul caso più sanguinoso e violento dello star system

Il pizzagate è la connessione esistente tra tutte le star mondiali, la politica e i potenti del mondo

Il codice Pizza è stato decodificato dai servizi di Trump e molte star stanno cominciando a perdere la testa

Gli arresti continueranno fino ai coniugi Clinton e al suo staff?

 

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David

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