John Lennon e il nuovo caso di Mark Staycer Parte V

Tutti hanno appurato che John Lennon sia morto ma è davvero così?

Chi è allora Mark Staycer?

E’ tutta una farsa ancora una volta? Siamo di fronte ad un ennesimo caso di sosia? Continua l’esame da parte di un crimilogo

 

La spiegazione offerta da Mathis, per quanto apparentemente incredibile, appare la più logica, ossia che McNamee e Staycer siano la stessa persona, ovvero… John Lennon!
D’altronde, torno a dirlo, le corrispondenze tra Staycer e Lennon sono davvero strabilianti. Innanzitutto, imitatore e imitato sembrano avere più o meno la stessa età. Lennon avrebbe avuto 67 anni nel 2007, quando è stato girato il film. Del personaggio di Noel Snow si dice che ne abbia 65, e in effetti sono quelli che dimostra, anche se ufficialmente Staycer ne avrebbe qualcuno di meno. E poi, oltre a cantare proprio come l’ex-Beatle, imitando alla perfezione persino l’accento di Liverpool (pur essendo nato e avendo vissuto nel Michigan) e suonando contemporaneamente la chitarra o le tastiere, il buon Mark gli somiglia in modo impressionante. Non credo sia facile per nessuno distinguere le sue foto sulla home page del sito ImagineLennon.com da quelle del vero Lennon.

Esistono dei bravi imitatori di personaggi celebri, certo, ma quanti ne conoscete che abbiano il loro stesso aspetto anche senza trucchi e costumi di scena?Al contrario di tutti gli altri imitatori, infatti, Staycer sembra aver bisogno di truccarsi per somigliare di meno a John Lennon, non per somigliargli di più. Come nelle sue esibizioni (reperibili in abbondanza su YouTube), in cui indossa un’assurda parrucca bionda e in alcune foto in cui appare con un grosso cappello e gli occhiali scuri, quasi per nascondersi come fanno le vere rockstar. Se nella vita reale è davvero diverso da John Lennon, perché non esistono sue foto “al naturale” che lo dimostrino?

Questo trovo sia un altro particolare strano: in tutte le sue apparizioni pubbliche che ho potuto visionare, film compreso, Staycer non sembra mai recitare, né fare qualcosa per atteggiarsi a John Lennon. Si muove con la naturale ritrosia di una celebrità restia a farsi notare troppo, non come un sosia desideroso di mettersi in mostra. E in almeno una scena di Let Him Be, in cui si trova a interagire con un personaggio che senz’altro non è un attore, l’atteggiamento di quest’ultimo sembra significativo. Quando interviene per interrompere una jam session troppo rumorosa per i vicini, il vecchio sceriffo della cittadina canadese in cui è ambientato il film guarda Noel Snow estasiato e un po’ imbarazzato, proprio come un vero fan di fronte al suo idolo di gioventù…
E poi c’è la questione degli strani nomi del presunto sosia e del personaggio che interpreta. Dalle ricerche compiute su siti specializzati come CheckMate e Intelius da Mathis (e da me verificate) risulta esserci un unico Mark Staycer in tutti gli Stati Uniti. Ma si tratta di uno pseudonimo, perché il vero cognome è Stytzer, e questo Mark Stytzer non sembra essere il sosia di Lennon, anche perché avrebbe avuto solo 52 anni nel 2007. In ogni caso, Staycer è un cognome inesistente nella realtà. Secondo Mathis si tratterebbe di un riferimento parziale al cognome da nubile della madre di John, Julia Stanley. Ma sembra piuttosto un anagramma… In effetti, le stesse lettere compongono la parola sectary, ovvero settario, affiliato a una setta. Boh…

Da un possibile gioco di parole prende forma anche il nome di un altro personaggio del film, Stanley Fields, il cugino di Noel Snow. Torna il nome Stanley, affiancato da Fields come in Strawberry Fields… D’altronde a John Lennon i giochi di parole piacevano, come dimostra anche l’etichetta discografica in comproprietà con la moglie, la LENONO. Tutte le lettere di quest’ultima parola, inoltre, sono contenute nel nome del personaggio interpretato da Staycer nel film: Noel Snow. Noël vuol dire Natale in francese, snow è neve… In questo senso, Staycer potrebbe essere un personaggio inesistente come Babbo Natale… Per di più, se la lettura di Mathis fosse corretta, la vicenda Lennon potrebbe essere definita uno “snow job”, ovvero un tentativo di abbindolare il pubblico…

Un altro particolare molto sospetto è l’accento di Staycer. Nel film come nelle sue esibizioni, questi si rivela in grado di imitare alla perfezione l’accento di Liverpool, come abbiamo già detto. Anzi, non sembra neppure un’imitazione: è proprio l’accento di Liverpool, identico a quello di Lennon. A suonare imitato, piuttosto, è l’accento americano, peraltro abbastanza variabile, che Staycer sfoggia nelle rare interviste, tipo quella contenuta nel video della prima del film (ancora disponibile su YouTube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=_QBzclDPBsg).

 

 

È un accento abbastanza convincente, ma non del tutto, secondo me, e soprattutto secondo Miles Mathis e altri americani a cui l’ho fatto ascoltare.

Continua…

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John Lennon e il nuovo caso di Mark Staycer Parte IV

Tutti hanno appurato che John Lennon sia morto ma è davvero così?

Chi è allora Mark Staycer?

E’ tutta una farsa ancora una volta? Siamo di fronte ad un ennesimo caso di sosia?

Continua l’esame da parte di un crimilogo che ha visitato dei luoghi interessanti per questa questione alquanto strana

 

Il pricipale esperto, guida in quest’indagine “ai confini dell’impossibile”, è stato Miles Williams Mathis, un illuminante autore americano di quelli che di solito vengono definiti “controversi” perché hanno il coraggio di sfidare le convinzioni e i luoghi comuni più radicati. Lui, tra l’altro, lo fa con argomenti molto convincenti in vari campi, dall’arte alla fisica. Qui però mi limiterò a segnalare il suo studio sul film Let Him Be, l’unico davvero approfondito esistente in rete, reperibile in lingua originale all’indirizzo http://mileswmathis.com/lennon.pdf
Essendo anche un pittore, Mathis compie una disamina particolarmente dettagliata, con tanto di fotografie a confronto, delle somiglianze davvero incredibili tra John Lennon e il suo “impersonatore” Mark Staycer. Cominciamo però con alcune notizie che ho trovato in rete su quest’ultimo. Quelle disponibili sul suo sito http://www.imaginelennon.com, tanto per cominciare, sono tutt’altro che dettagliate. La “bio” si concentra soprattutto sull’abilità di Staycer nell’imitare John Lennon, con l’autorevole commento, tra gli altri, della sorella di George Harrison, Louise: “Quando l’ho sentito, mi è sembrato che avessero messo su dei dischi di John Lennon”. Mmmm…
“Migliaia di fans entusiasti”, continua la bio di Staycer, “hanno acclamato Mark in teatri di tutto il mondo”  (in realtà il sito riporta, come sedi delle sue esibizioni soltanto teatri negli Stati Uniti, in Canada e in Giappone, oltre alla International Beatles Week di Liverpool), senza precisare quando esattamente questo misterioso “sosia” abbia cominciato a proporre dal vivo il suo spettacolo ImagineLennon, in cui, tra una canzone di Lennon o dei Beatles e l’altra, si produce in lunghi e divertenti monologhi (conditi spesso, tra l’altro, da ricordi degni del vero Lennon) in perfetto accento di Liverpool, pur essendo ufficialmente nato e cresciuto in Michigan, in una non meglio precisata “zona di Detroit”, e tuttora residente, con la famiglia, a Traverse City, a poco più di 300 km dalla storica capitale dell’industria automobilistica statunitense. Con ogni probabilità i suoi spettacoli sono cominciati nel 2002, anno a cui risale la prima intervista a Mark Staycer reperibile online, pubblicata sul Northern Express, il più diffuso settimanale del Michigan settentrionale. E questa è già, di per sé, una cosa un po’ strana. Perché mai uno come Staycer, appassionato collezionista dei Beatles sin dall’adolescenza, avrebbe atteso così tanto per venir fuori come sosia di John Lennon? Avrebbe potuto lasciar passare qualche anno dalla sua morte, questo sì. Magari cinque o dieci, ma perché mai addirittura ventidue? Tra l’altro, da più giovane sarebbe stato presumibilmente molto più somigliante a John… Forse troppo?

Sempre secondo la biografia sul sito ImagineLennon.com, oltre ad aver interpretato il personaggio di Noel Snow (così si chiama il sosia di John Lennon in Let Him Be) e ad essere stato finalista, nel 2007, di un programma di sosia di personaggi celebri intitolato “The Next Best Thing” sul canale televisivo americano ABC (in cui, nei panni di Lennon, è arrivato secondo dopo Trent Carlini/Elvis Presley), Staycer ha lavorato come “voce fuori campo” in non meglio specificati spot pubblicitari radiotelevisivi e cartoni animati ed è noto come uno dei principali collezionisti di memorabilia degli anni Sessanta e soprattutto dei Beatles.
Di lui, soprattutto in quest’ultima veste di collezionista, si parla nell’unica altra intervista reperibile online. Pubblicata nel 2004 dal Record-Eagle, il quotidiano di Traverse City, s’incentra proprio sulla collezione di quest’indigeno “sosia di John Lennon” (definito anche “studioso dei Beatles”), esposta solo in parte – perché addirittura troppo estesa per un’esposizione pubblica completa – presso la biblioteca locale.
L’articolo in questione, però, contiene informazioni non tutte convincenti. Tanto per cominciare, dice che Staycer è “in his 40s”, ossia ha tra i 41 e i 49 anni, e ricorda di aver assistito a dei concerti dal vivo dei Beatles nel 1964/65. Poiché il pezzo risale al 2004, ossia quarant’anni dopo il 1964, Staycer poteva avere all’epoca 9/10 anni al massimo. Un’età un po’ al di sotto di quella media dei fans dei Beatles, ma comunque plausibile o quasi.

Tuttavia il problema anagrafico si aggrava quando Staycer sostiene di aver cominciato a collezionare “Beatles memorabilia” nei primi anni Settanta, ossia in pratica da adolescente. Secondo Staycer, all’epoca la popolarità del gruppo era ai minimi storici e la gente dava via a poco gli album dei Beatles e altri oggetti da collezione che li riguardavano. Un’affermazione quantomeno discutibile, visto che la popolarità dei quattro di Liverpool subì forse solo nel 1966 un piccolo calo, seguito subito da una clamorosa impennata grazie all’uscita di Sgt. Pepper. Perciò sembra improbabile che nei primi anni Settanta un adolescente potesse acquistare rarità beatlesiane per pochi spiccioli.
Per di più, le rarità in possesso di Staycer sono davvero straordinarie e ragionevolmente costosissime, poiché comprendono, tra l’altro, lettere inedite di Lennon scritte dai suoi Dakota Apartments, il menu di un ristorante di New York firmato da tutti e quattro i Beatles durante il loro primo tour statunitense e addirittura… tenetevi forte… dei dischi d’oro del gruppo. Proprio così: Staycer possiede dei dischi d’oro originali dei Beatles! Acquistati anch’essi per quattro soldi a Detroit in un momento di scarsa popolarità del gruppo?
Come se non bastasse, pare che Staycer sia anche un collezionista di strumenti musicali appartenuti a John Lennon. In alcune sue esibizioni disponibili su YouTube si vede che dietro di lui ci sono almeno una decina di costosi modelli di chitarre acustiche degli anni Settanta/Ottanta. Anche nel film Let Him Be, quando le riprese si concentrano su dei brani cantati e suonati da Staycer e dalla sua band, vediamo sullo sfondo diversi strumenti pregiati. Il personaggio Noel Snow, per esempio, suona una Epiphone Casino proprio come John Lennon, mentre l’altro chitarrista della band suona una Gibson ES330. Certo, sono modelli acquistabili ancora oggi per meno di mille euro. Ma non altrettanto si può dire di altri strumenti suonati nel corso del film, come un pianoforte a coda di legno pregiato e una tastiera vintage Crumar Roadrunner II, risalente agli anni Ottanta ed estremamente rara.
E i mixer analogici d’epoca impilati l’uno sull’altro? Si dirà che servono a dare al film una maggiore impressione di autenticità. Ma nell’intervista reperibile presso  http://www.examiner.com/article/let-him-be-interview-with-movie-s-creator-peter-mcnamee-reveals-inspiration (la più dettagliata di due soltanto pubblicate online, e corredata dall’unica foto circolante del personaggio), McNamee dichiara di aver avuto a disposizione per il film un budget talmente basso da non essersi potuto permettere neppure di pagare le spese di viaggio di Staycer, figuriamoci delle sofisticate e costose apparecchiature d’epoca.
Beh, i mixer e gli strumenti potrebbero essere di McNamee, visto che questi sostiene di essere stato un produttore musicale negli anni Settanta e Ottanta. Peccato però che online non si trovino conferme di quest’attività. Lui stesso, sul suo profilo LinkedIn, dice soltanto di essere “scrittore, produttore e regista di spot pubblicitari, campagne promozionali e comunicazioni aziendali”. Tutte cose piuttosto generiche. Sembra che l’unica cosa specifica che il misterioso tizio abbia mai fatto in vita sua sia il film di cui stiamo parlando.

Di Let Him Be, tra l’altro, McNamee avrebbe composto anche le nuove canzoni, in tutto e per tutto simili a quelle che Lennon avrebbe potuto scrivere nel ventunesimo secolo. Un altro talento non sfruttato a dovere da questo strano regista, produttore musicale, compositore e… forse anche cantante. Sì, perché nella suddetta intervista McNamee dichiara che l’idea di realizzare il film è nata proprio da delle canzoni da lui scritte.

“Quando le ho fatte ascoltare a un mio amico e musicista”, racconta, “lui mi ha detto: ‘Dove hai trovato questi demo di Lennon? Non li ho mai sentiti prima!”

Un momento… Come è possibile che l’amico musicista abbia scambiato le canzoni composte da McNamee per dei vecchi demo di John Lennon? Erano già cantate da Mark Staycer? No, perché McNamee dichiara di aver scovato Staycer online dopo aver deciso di realizzare il film (a tal proposito, Staycer dichiara di essere stato “l’unica scelta”, chissà perché….). E allora cosa dobbiamo pensare? Che anche McNamee sappia cantare esattamente come John Lennon, tanto da poter essere scambiato per lui proprio come Staycer? E da un musicista, per giunta? Evito di stimare quanto possa risultare improbabile un’eventualità del genere…

 

Continua…

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John Lennon e il nuovo caso di Mark Staycer Parte III

Tutti hanno appurato che John Lennon sia morto ma è davvero così?

Chi è allora Mark Staycer?

E’ tutta una farsa ancora una volta? Siamo di fronte ad un ennesimo caso di sosia?

Continua l’esame da parte di un crimilogo

Un’altra ipotesi

Un’altra invece, propugnata con convinzione da un certo Stephen Lightfoot, vede come mandanti sempre Nixon, Reagan e i loro apparati reazionari, ma differisce da quelle di Bresler e Constantine nella figura dell’esecutore, che secondo Lightfoot non sarebbe Chapman bensì… tenetevi forte… Stephen King! Si, proprio lui, il celebre scrittore… In effetti, Chapman somiglia abbastanza a King, e sarebbe stato scelto come sua “controfigura” per sviare i sospetti. Francamente, leggendo il materiale pubblicato sul sito di Lightfoot, LennonMurderTruth.com, i motivi del coinvolgimento di Stephen King non sono riuscito a capirli come sono espressi ma credo di sapere semmai il motivo se cio’ fosse vero maqui ci spingiamo verso argomenti “neri” che in questa sede forse non e’ il caso di affrontare.Sta di fatto che molti personaggi “rich and famous” hanno legami con degli omicidi.Ma qui mi fermo.Il mio e’ un finale alternativo ricordatevelo sempre..
In ogni caso, tutte le spiegazioni dell’omicidio di John Lennon, ufficiali o cospiratorie che siano, si fondano su un unico fatto considerato unanimemente incontrovertibile: l’ex-Beatle fu ucciso nella tarda serata di quel fatidico 8 dicembre 1980. Su questo fatto, si dirà, non ci piove.
E in effetti, per tanti anni non si è sentita neanche una goccia. Poi però, il 29 maggio del 2009, si comincia a percepire un possibile temporale in arrivo. In un cinema di Toronto, Canada, viene proiettato per la prima volta un film dal suggestivo titolo di… Let Him Be.
Voglio parlarvene un po’. I minacciosi nuvoloni potrebbero dissiparsi dopo qualche goccia, oppure provocare una vera e propria alluvione… Tenete comunque sottomano un ombrello, perché non si sa mai…

“LASCIATELO STARE” – APPUNTI SU UN FILM MISTERIOSO

Let Him Be (con evidente riferimento alla celebre canzone dei Beatles “Let It Be”) è un film di produzione e ambientazione canadese che pochi conoscono. E non potrebbe essere altrimenti, visto che, consultando la pagina che gli dedica l’Internet Movie Database, sembra sia stato proiettato soltanto in sale cinematografiche del Canada, e precisamente a Toronto e a Vancouver, tra la fine di maggio e i primi di giugno del 2009. Dopo un paio d’anni è stato pubblicato su un doppio DVD (uno per il film e un altro per il “Making of”), ma poi è stato ritirato quasi subito dalla grande distribuzione e attualmente non è acquistabile né su Amazon né su alcun altro grosso sito di ecommerce (a parte Ebay che, almeno fino a qualche tempo fa, ne vendeva una rara copia a 118 dollari).
Tra l’altro IMDB è l’unico sito importante a dedicare una pagina a questo film, di cui non c’è traccia, per esempio, né su MyMovies né su Wikipedia. Oltretutto, la pagina in questione contiene ben poche informazioni, nonché i link a soltanto due recensioni di lettori del sito e due di siti esterni (sarebbero tre, ma un link porta a una pagina che non esiste più).
Tutto dunque lascia pensare a un film talmente scadente e/o insignificante da poter sparire dalla circolazione dopo aver vissuto il proverbiale spazio d’un mattino. Strano, perché la trama appare invece piuttosto succulenta. In una vecchia videocamera del padre, un giovane studente di cinema canadese, Tim, scopre per caso il video di un uomo sulla sessantina che, oltre a cantare e suonare la chitarra come John Lennon, somiglia in tutto e per tutto all’ex-Beatle come avrebbe potuto essere se fosse sopravvissuto. Potrebbe trattarsi veramente di lui? Tim se lo chiede e cerca di trovare una risposta coinvolgendo la sua ragazza e compagna di corso, Kathleen (interpretata da Kathleen Munroe, l’unica attrice abbastanza nota del film), in un viaggio in una zona remota dell’Ontario alla ricerca, apparentemente folle, di un John Lennon che, sopravvissuto in qualche modo all’attentato, potrebbe essere ancora vivo…

Beh, questo mi sembra già abbastanza per stuzzicare la curiosità non solo dei milioni di fan di Lennon e dei Beatles, ma anche di chi, come me, non si è mai scaldato più di tanto per la pur leggendaria produzione musicale dei quattro di Liverpool.
Allora, non essendo possibile reperirlo attraverso i canali tradizionali, mi sono messo a cercare il film in rete, e ho scoperto che, oltre a guardarlo in streaming presso il sito shock share.com o a scaricarlo da qualche sito pirata (cosa che, essendo illegale, ovviamente non consiglio), è possibile acquistare sia il dvd del film sia il cd della colonna sonora, intitolato Abracadabra – Listen to the Picture, dal sito http://lethimbethemovie.com/. Si tratta di un sito molto interessante – contenente, tra l’altro, una quindicina di link ad altre recensioni del film – ma ovviamente poco conosciuto, che sfugge sia a molti motori di ricerca sia ai radar di Alexa, il principale strumento online per monitorare la popolarità dei siti web.
In ogni caso, quando sono riuscito a vederlo, il film ha confermato, anzi superato, le mie aspettative. Anche se è stato girato con pochi mezzi (ufficialmente è costato, sempre secondo IMDB, solo mezzo milione di dollari canadesi), Let Him Be è un finto documentario (o mockumentary, come si dice oltreoceano) godibilissimo che fino all’ultimo tiene lo spettatore col fiato sospeso, indeciso se credere o no a una premessa difficile da accettare. Ma anche se la storia non interessasse, varrebbe la pena di guardarlo soltanto per vedere e ascoltare questo Mark Staycer, il quale, con l’aspetto e la voce di John Lennon, canta non “Imagine” o altri vecchi successi, bensì delle nuove canzoni che sembrano in tutto e per tutto canzoni che Lennon potrebbe scrivere oggi, se fosse ancora vivo. Belle, tra l’altro, in particolare quella intitolata “I was there”, “Io c’ero”…
Insomma, sembra di trovarsi di fronte quantomeno a un potenziale commerciale notevole che, stranamente, nessuno ha saputo – o voluto – sfruttare a dovere. Nel tentativo di capire perché, ho cominciato a pormi domande simili a quelle del personaggio che dà il via alla ricerca del film. E come lui, ho cominciato a indagare anch’io…

 

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John Lennon e il caso di Mark Staycer Parte II

Tutti hanno appurato che John Lennon sia morto ma è davvero così?

Chi è allora Mark Staycer? C’entra di nuovo la CIA?

E’ tutta una farsa ancora una volta? Siamo di fronte ad un ennesimo caso di sosia oppure è qualcosa di più ampio?

 

Continua l’esame da parte di un crimilogo che ha cercato Mark Staycer.

JOHN LENNON

Qualunque “giallo” che si rispetti ruota intorno a un delitto, ovviamente. E per ogni delitto esiste una “scena del crimine”.

Si tratta di una scena piuttosto suggestiva, in questo caso. Ci troviamo nell’esclusiva Upper West Side di Manhattan, all’ingresso di uno dei più antichi e celebri complessi residenziali di New York City, The Dakota, che ha ospitato, tra gli altri, stelle di celluloide del calibro di Lauren Bacall, Judy Garland e Boris Karloff, ugole d’oro come Roberta Flack e Liza Minnelli, un signore del pentagramma come Leonard Bernstein e il “genio in punta di piedi” Rudolf Nureyev. Un edificio tanto lussuoso all’interno quanto spettrale all’esterno, scelto non a caso da Roman Polanski per le riprese del suo classico del brivido, Rosemary’s Baby.

Il delitto in questione è stato raccontato talmente tante volte che qui basta qualche pennellata per rievocarlo. Verso le 23 dell’8 dicembre 1980, davanti alla cancellata d’accesso del Dakota giace esanime e sanguinante, con quattro pallottole piantate nella schiena, la rockstar più famosa del mondo.
Accanto a lui, a tenergli la testa tra le braccia c’è sua moglie, una controversa artista giapponese le cui urla (non troppo dissimili, secondo i maligni, da quelle incise nei suoi primi dischi solisti) trafiggono la relativa quiete di un “Monday night in the Big Apple” solo in apparenza come tanti altri.
A qualche metro di distanza, un giovanotto occhialuto, grassottello e tozzo – che solo pochi istanti prima aveva assunto una posa militare, con le gambe allargate, per scaricare la sua calibro 38 addosso alla vittima – se ne sta lì lugubremente fermo a frugare tra le pagine di una copia in brossura di The Catcher in the Rye di J.D. Salinger, la bibbia degli adolescenti disadattati d’oltreoceano.
Il portiere del Dakota gli urla: “Lo sai cos’hai fatto?”.
E lui, con il proverbiale sguardo fisso davanti a sé, replica imperterrito: “Ho appena sparato a John Lennon”.

“LONE NUT” O “MANCHURIAN CANDIDATE”?

“Quando mi è passato davanti, ho sentito in testa una voce che mi ripeteva ‘Fallo, fallo, fallo’”, ha raccontato anni dopo alla BBC, dal carcere di Attica, il reo confesso Mark David Chapman, all’epoca 25enne. “Non ricordo di aver mirato”, ha aggiunto con la solita inespressività. “Devo averlo fatto, ma non me lo ricordo. Ho soltanto premuto il grilletto per cinque volte. Non ho provato alcuna emozione”.
Insomma, un ammiratore anonimo con più di qualche rotella fuori posto che, dopo essersi fatto autografare una copia di Double Fantasy l’ultimo album pubblicato in vita dall’ex-Beatle con sua moglie Yoko Ono, continua ad attendere il suo idolo sotto casa per rubargli, oltre alla vita, un pezzetto di fama. E forse anche per punirlo per aver tradito gli ideali della sua generazione, come ha scritto qualcuno.
Ma le motivazioni di Chapman, vere o presunte che siano, qui ci interessano poco. Tanto il succo della versione ufficiale non cambia: il tipo è uno svitato di brutto, un pazzo assassino solitario (o lone nut, come dicono negli States) come tanti altri che prima e dopo di lui, soprattutto nella storia a stelle e strisce, sono riusciti a far fuori dei pezzi da novanta (basti ricordare, tra le vittime più illustri, John e Robert Kennedy).
Ci interessa piuttosto il suo strano stato mentale, evidentemente lontano dalla normalità, che ha ben presto suscitato sospetti e varie “teorie cospiratorie”.
Tra le più “accreditate” c’è quella esposta dal giornalista e avvocato Fenton Bresler nel suo libro del 1990 intitolato Who Killed John Lennon? Secondo lui, Chapman era un soggetto programmato mentalmente dai servizi segreti controllati dalla destra conservatrice statunitense legata all’astro nascente di Ronald Reagan. Per i politici più conservatori, il celebre cantante, con le sue dichiarazioni politiche piuttosto esplicite, era un insidioso sovversivo. Non a caso dunque, nei primi anni Settanta, pare che il presidente Nixon in persona, dopo aver fatto di tutto per negare a Lennon la cittadinanza americana, avesse addirittura intenzione di deportarlo. Il corposo dossier dell’FBI su Lennon rivela che il celeberrimo musicista fu sottoposto a “costante sorveglianza” almeno dal 1969 al 1976. Il suo appartamento e il suo telefono erano sotto controllo, e i pedinamenti risultavano tutt’altro che infrequenti.
Secondo Bresler, la sorveglianza si allentò notevolmente durante la presidenza democratica di Jimmy Carter, ma riprese più intensa che mai alla fine del 1980, dopo l’elezione di Reagan coordinata dall’agente segreto William J. Casey, che l’anno successivo sarebbe stato messo a capo della CIA. Un “pericoloso estremista” come Lennon, appena tornato sulle scene con un nuovo album dopo cinque anni, non poteva più essere tollerato.

Per esporre la sua teoria cospiratoria, Bresler cita la giornalista radiofonica Mae Brussels, celebre per essersi occupata anche dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy e dello scandalo Watergate. La Brussels era convinta che si trattasse di una cospirazione. Reagan aveva appena vinto le elezioni, e il suo staff sapeva che soltanto Lennon avrebbe potuto portare un milione di persone nelle piazze a protestare contro le “nuove” politiche conservatrici.
Perciò agenti governativi avrebbero programmato mentalmente Chapman, usando proprio il romanzo di Salinger come “trigger” per innescare l’ordine, già scolpito nella sua mente, di uccidere l’ex Beatle, magari con una filastrocca tipo “John Lennon must die says the Catcher in the Rye”, o qualcosa del genere. Chapman sarebbe dunque una sorta di Manchurian Candidate(film veramente stupendo che vi consiglio di vedere ) tanto per citare l’omonimo film sul controllo mentale (intitolato in italiano Va’ e uccidi) diretto nel 1962 da John Frankenheimer e “rivisitato” nel 2004 da Jonathan Demme con Denzel washington

Una teoria analoga a quella di Bresler, che prende le mosse dalle stesse dichiarazioni di Mae Brussels, è stata proposta dal giornalista investigativo americano Alex Constantine. Quest’ultimo, nel suo libro The Covert War Against Rock, denuncia il governo americano per aver condotto per decenni una vera e propria “guerra segreta” contro i musicisti rock più celebri e politicamente attivi, nei casi più estremi anche attraverso assassini programmati con tecniche di controllo mentale come Chapman.
Secondo Constantine, prima di essere ucciso Lennon sarebbe stato vittima di una complessa operazione segreta denominata “Project Walrus” (dal titolo della celebre canzone dei Beatles attribuita a John). Tenendo sotto controllo il musicista britannico e sua moglie Yoko Ono, anche con “cimici” piantate in casa, la CIA mirava a controllare, diffamare e screditare, insieme a loro, l’intero movimento pacifista che rappresentavano.

Sopra: La foto di John Lennon che autografa una copia del suo ultimo disco per Mark Chapman, l’uomo che solo poche ore dopo l’avrebbe ucciso. Questa foto, scattata da Paul Goresh la fatale sera dell’8 dicembre 1980, è stata pubblicata sulle prime pagine dei giornali dal giorno successivo. Ma a ben guardare, la figura di Chapman non sembra più un disegno che una foto? Di questa immagine esistono anche altre versioni sia in bianco e nero sia a colori (peraltro sempre con viraggi diversi) in cui Chapman appare un po’ più reale. Si tratta però di rielaborazioni successive delle foto originali di Goresh, scattate solo in bianco e nero.

Esistono altre “versioni cospiratorie” dell’omicidio di John Lennon, ma francamente appaiono troppo fragili e stravaganti per meritare citazioni approfondite. Basti dire che un paio di esse considerano Yoko Ono, mai troppo amata dai fans dei Beatles perché possibile causa della loro separazione, o addirittura Paul McCartney tra i “mandanti” del delitto, per motivi personali collegati a vendette e gelosie.

 

Fine Parte II

 

Continua…

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John Lennon e il nuovo caso di Mark Staycer Parte I

I Beatles continuano ancora a suscitare attenzione anche dopo molto anni

Tutti hanno appurato che John Lennon sia morto ma è davvero così? Chi è allora Mark Staycer?

E’ tutta una farsa ancora una volta? Siamo di fronte ad un ennesimo caso di sosia?

Ecco Lennon e Mark Staycer a confronto:

 

 

Il giallo ha nuovi sviluppi ed un investigatore privato ha seguito Staycer fino a cercarlo a casa. Le sue scoperte sono di nuovo incredibili e il caso di Paul is Dead si allarga fino a John Lennon.

 

Continua…

 

David

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Paul Mc Cartney is dead: la collezione di indizi e messaggi

John Lennon che parla di messaggi al contrario registrati dal 1966 in poi, strani indizi e ancor più inusuali metodi di incisione di strofe fanno di questo piccolo filmato un perfetto mix

 

Paul Mc Cartney deride il suo “double” ma sembra fatto di cartapesta ed una voce totalmente diversa dal primo Paul intervistato

 

Buona visione ed ascolto, vi consigliamo l’inserimento dei sottotitoli del filmato:

 

 

Torneremo anche su John Lennon e il suo alterego.

 

Continua…

 

David

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Musica ed umorismo: John Lennon oppure Harry Potter?

La seguente storia fa ridere da una parte e piangere dall’altra

Praticamente un tipo ha appeso nella casa questo quadro di John Lennon

john lex

 

e la sua amica ha detto:” Bello il quadro di Harry Potter!”

Risate a parte, l’ignoranza musicale attuale è devastante.

Fire

Buona musica!

 

 

David

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L’autore di omicidi eccellenti in ambito musicale – Phil Spector

Dietro ogni crimine c’e’ sempre un autore.

Chi è bravo riesce a depistare, allontanare l’attenzione da se stesso. Uno di questi personaggi legato al mondo della musica, accusato di essere coinvolto in omicidi eccellenti e’ Phil Spector.

 

Risultati immagini per phil spector

Phil Spector

Questo produttore è il legame dei più eccellenti omicidi/suicidi nel mondo della musica?

Sharon Tate, moglie di Roman Polanski, John Lennon, Michael Jackson sarebbero tutti uniti, per diverse ragioni,  a quest’uomo.

Leggiamo un articolo che lo descrive:

Prima la morte di Sharon Tate, moglie di Roman Polanski, massacrata in una villa in California. Un crimine costato l’ergastolo all’ambiguo Charles Manson, ritenuto il guru di una setta satanica. Poi la tragica fine di John Lennon, il leader dei Beatles, freddato a colpi di pistola da un fanatico. E infine quella di Michael Jackson, morto in circostanze mai del tutto chiarite, dopo un’iniezione praticatagli dal medico personale.

Morti clamorose e in qualche modo collegate tra loro, anche se nessuno lo potrà dimostrare. Lo sostiene l’avvocato Gianfranco Carpeoro, studioso di esoterismo e simbologia, massone con alle spalle importanti relazioni internazionali. Nella sua ipotesi di accusa, Carpeoro punta il dito contro il celeberrimo produttore musicale Phil Spector, attualmente in carcere per omicidio.

E spiega: fu Spector ad allontanare Polanski dalla moglie, organizzandogli un viaggio in Europa, e poi a incastrare Manson, ritenuto il colpevole dell’omicidio. Spector era il produttore dei Beatles, voleva i loro diritti ma Lennon si oppose e lo cacciò. Divorzio fatale? Poi i diritti vennero acquistati da Michael Jackson, a cui proprio Spector fornì il medico che gli fu accanto al momento del decesso.

 

 

Al-Pacino-nei-panni-di-Phil-Spector

 

 

 

 

Intervistato da “Forme d’onda”, trasmissione radio su web che si occupa di misteri irrisolti, Carpeoro punta il dito contro Phil Spector, di recente al centro di una scomoda ricostruzione cinematografica interpretata da Al Pacino. E’ stato il responsabile morale di tanti delitti eccellenti? «Spector è stato un satanista», sostiene Carpeoro, «nonché un produttore musicale straordinario, geniale». Il suo misterioso carisma avrebbe però spinto molte star – da Brian Ferry a David Bowie, da Freddy Mercury a Elton John – a respingere le sue offerte di collaborazione.

Inventore della tecnica del “Wall of Sound”, Spector fu pioniere del suono dei gruppi femminili degli anni Sessanta come le Crystals e le Ronettes, e realizzò più di 25 singoli da classifica solo tra il 1960 e il 1965. Più tardi lavorò con Tina Turner e i Ramones, collaborò alla realizzazione di “Let it be” dei Beatles e al “Concert for Bangla Desh” di George Harrison, rispettivamente vincitori di Oscar e Grammy.

«Phil Spector conosceva anche Charles Manson», l’ex giovane sbandato che – tra un arresto e l’altro – sognava di diventare una rockstar. «Sicuramente – aggiunge Carpeoro – gli avrà promesso di aiutarlo a coronare il suo sogno: per questo gli avrà chiesto di raggiungere la villa di Los Angeles, lasciando tracce della sua presenza, poco dopo la strage costata la vita a Sharon Tate».

Lo stesso Spector, continua Carpeoro, «aveva organizzato il viaggio in Europa di Polanski, impegnato col film “Rosemary’s Baby”», che racconta di un “patto col diavolo” per avere successo: «In realtà era un film ispirato proprio a Spector, che aveva capito tutto». La moglie del regista, l’attrice Sharon Tate, fu massacrata a coltellate la sera dell’8 agosto 1969 insieme ad altre quattro persone, secondo la polizia da membri della “Charles Manson’s Family”, il gruppo di esaltati che circondava il guru.

Sul posto furono rilevate le tracce dello stesso Manson, arrestato e condannato a morte (pena poi commutata in ergastolo con l’abrogazione della pena capitale in California). Secondo Carpeoro, a Manson fu chiesto un sacrificio, per depistare le indagini, in cambio del futuro aiuto per la sua ipotetica carriera musicale, non appena fosse stato scagionato. Una volta in carcere, completamente abbandonato a se stesso, Manson intuì di essere finito in trappola. «Eppure non parlò mai: finora si è ben guardato dall’accusare qualcun altro». Il suo avvocato morì in circostanze strane? «Forse, Manson gli aveva raccontato la verità. Ha visto la fine che ha fatto e quindi si è convinto a tenere la bocca chiusa».

Dal mancato musicista Manson, sepolto vivo in una cella (per la giustizia americana è lui il colpevole della morte di Sharon Tate) ad una delle più famose popstar del secolo, John Lennon. «I Bealtles erano in crisi, da quando John Lennon e Yoko Ono avevano preso ad abusare dell’Lsd, che veniva fornita loro da Spector», racconta Carpeoro. «Le cose non facevano che peggiorare da quando, tra loro, era comparso il produttore: decisero di liquidarlo, dopo il duro scontro finale che proprio John Lennon ebbe con lui, anche perché Spector pretendeva di acquisire i diritti delle loro canzoni».

Una decina d’anni dopo, Lennon è stato ucciso a colpi di pistola l’8 dicembre 1980 all’ingresso della sua casa di Manhattan. L’omicida, Mark David Chapman, appena tre ore dopo il fermo rilasciò una dichiarazione delirante, nella quale citava il protagonista del “Giovane Holden”, il capolavoro di Salinger, e il demonio. «Sono sicuro – disse – che una grossa parte di me sia Holden Caulfield, il resto di me dev’essere il diavolo». Fu sempre Spector, aggiunge Carpeoro, a introdurre a Hollywood il dottor Conrad Murray, condannato a 4 anni di carcere per “omicidio involontario” dopo le cure praticate al cantante la sera in cui morì, il 25 giugno 2009.

«Michael Jackson era entrato nella massoneria di potere degli Stati Uniti», riferisce Caroeporo, «ma dopo un po’ si era allontanato da quel mondo e aveva lanciato segnali precisi, come la canzone “They don’t care about us” che denuncia l’incredibile sistema carcerario americano, e aveva fatto allusioni all’11 Settembre». Jackson, inoltre, si era rifiutato di cedere i diritti sulle canzoni dei Beatles, che aveva acquisito dopo lo scioglimento del gruppo inglese. E’ noto che Spector, quei diritti, li avrebbe voluti per sé, al punto da litigare violentemente con John Lennon.

Oggi, Phil Spector, duramente provato dal carcere (è stato condannato nel 2009 per la morte della modella e attrice statunitense Lana Clarkson) avrebbe perso la facoltà di parola. Muto, come Charles Manson, in prigione ormai da decenni. Tragedie a catena, dalle quali alla fine non si salva nessuno: «E’ il tipico esito del satanismo», conclude Carpeoro, «che travolge chiunque pensi di stringere patti con chissà chi, facendo del male agli altri e alla fine a se stesso».

 

 

Phil Spector non parla ma molti indizi portano a lui. E’ comunque un assassino legato al mondo delle case discografiche. Questa è una versione molto interessante che potrebbe ancora dimostrare la totale lacunosità delle indagini “ufficiali”nel mondo della musica.

 

David

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Lettera a Paul Mc Cartney

Che i rapporti tra i due Fab Four, John Lennon e Paul McCartney, non fossero sempre idilliaci è storia, ma stupisce quanto invece le loro compagne abbiano giocato un ruolo fondamentale negli screzi tra i due e probabilmente in generale nella band. No, stavolta non stiamo parlando della solita Yoko Ono, ritenuta addirittura da molti una delle cause dello scioglimento dei The Beatles, ma di Linda McCartney, che nel 1971 scrisse una lettera a Lennon apertamente critica nei suoi confronti e quelli di Yoko.

John, che certo “non le mandava a dire”, rispose a sua volta con una missiva, dai toni decisamente coloriti, per la maggior parte scritta a macchina ma con qua e là aggiunte e correzioni a penna di sua mano. Questa lettera è stata appena messa all’asta e ci si aspetta un ricavo di almeno 20 mila dollari.

 

Lennon inizia subito in maniera ironica: “Stavo leggendo la tua lettera e mi chiedevo quale irascibile fan di mezz’età dei Beatles mi avesse scritto. […] Che diavolo, è Linda!“. 
Il tono si fa subito piuttosto litigioso e coinvolge tutti i componenti della band, “spero che ti renda conto di ciò che tu e il resto dei miei ‘gentili e disinteressati’ amici avete riversato su me e Yoko da quando stiamo insieme“, dopodiché si rivolge direttamente a Paul scoprendo nettamente i loro due punti di vista diversi sul gruppo, “pensi davvero che la maggior parte dell’Arte odierna sia nata grazie ai Beatles? Non penso tu sia così pazzo, Paul, lo credi davvero?“,

Ed è proprio sui The Beatles che si concentra buona parte della lettera, più che sui rapporti personali. John Lennon arriva addirittura a dire “Non mi vergogno dei Beatles, nonostante tutta quella merda che abbiamo ingoiato per renderli così grandi – Ho pensato che ci sentissimo tutti così, magari in gradi diversi – Ovviamente no“.

Traspare quindi come il percorso di vita personale avesse portato Lennon molto lontano dall’idolatrare se stesso o, come lui stesso dice, ad essere “l’auto-indulgente che non capisce a chi sta facendo del male”, forse riferendosi proprio a Paul, anche se poi dice a Linda “Io non ho risentimenti per tuo marito – Mi dispiace per lui“.

 

Insomma, la sostanza generale della lettera, come viene specificato nel finale, ruota intorno al fatto che pare che a Lennon venisse chiesto di parlare di meno o perlomeno di sbottonarsi un po’ meno sui retroscena della band o addirittura personali, poiché questo avrebbe “danneggiato i Beatles“. Nell’ultima frase, decisamente dura, John punta anche il dito sui legami familiari stessi tra Paul e Linda, prevedendo una loro separazione nel giro di due anni.

Quello che si nota è una grande rabbia riversata in uno scritto di getto, ma forse non un odio vero e proprio. Più una delusione, il risveglio da un sogno e il ritorno nella dura realtà, che ha contrapposto caratteri molto forti e dalla visione completamente diversa della vita e del valore della propria opera. Non scordandoci che parliamo di due persone tutto sommato ancora giovani e con tutta una vita davanti per dimostrare di poter fare altro e meglio di quanto si lasciavano alle spalle con i The Beatles.

Nonostante alcune ottime vette raggiunte da ognuno, e ancora oggi da McCartney, sappiamo che non sarà proprio così e che la band è rimasta comunque la vera golden age per ognuno dei quattro di Liverpool. Ma è comunque interessante leggere lettere come questa e “umanizzare” i nostri miti, senza che a partire da questo si facciano indagini ed elucubrazioni sulla storia musicale, che è scritta e continua per fortuna a rimanere nei solchi dei vinili e non nella corrispondenza privata.

 

Riportiamo qui sotto le foto della lettera ed il testo integrale:

 

Dear Linda and Paul,

I was reading your letter and wondering what middle aged cranky Beatle fan wrote it. I resisted looking at the last page to find out – I kept thinking who is it – Queenie? Stuart’s mother? – Clive Epstein’s wife? – Alan Williams? – What the hell – it’s Linda!

You really think the press are beneath me/you? Do you think that? Who do you think we/you are? The “self-indulgent doesn’t realize who he is hurting” bit–I hope you realize what shit you and the rest of my ‘kind and unselfish’ friends laid on Yoko and me, since we’ve been together. It might have sometimes been a bit more subtle or should I say “middle class” – but not often. We both “rose above it” quite a few times – & forgave you two – so it’s the least you can do for us – you noble people. Linda – if you don’t care what I say – shut up! – let Paul write – or whatever.

When asked about what I thought originally concerning MBE, etc. – I told them as best as I can remember – and I do remember squirming a little – don’t you, Paul? – or do you – as I suspect – still believe it all? I’ll forgive Paul for encouraging the Beatles – if he forgives me for the same – for being – “honest with me and caring too much”! Fucking hell, Linda, you’re not writing for Beatle book!!!

I’m not ashamed of the Beatles – (I did start it all) – but of some of the shit we took to make them so big – I thought we all felt that way in varying degrees – obviously not.

Do you really think most of today’s art came about because of the Beatles? – I don’t believe you’re that insane – Paul – do you believe that? When you stop believing it you might wake up! Didn’t we always say we were part of the movement – not all of it? – Of course, we changed the world – but try and follow it through – GET OFF YOUR GOLD DISC AND FLY!

Don’t give me that Aunty Gin shit about “in five years I’ll look back as a different person” – don’t you see that’s what’s happening NOW! – If I only knew THEN what I know NOW – you seemed to have missed that point….

Excuse me if I use “Beatle Space” to talk about whatever I want – obviously if they keep asking Beatle questions – I’ll answer them – and get as much John and Yoko Space as I can – they ask me about Paul and I answer – I know some of it gets personal – but whether you believe it or not I try and answer straight – and the bits they use are obviously the juicy bits – I don’t resent your husband – I’m sorry for him. I know the Beatles are “quite nice people” – I’m one of them – they’re also just as big bastards as anyone else – so get off your high horse! – by the way – we’ve had more intelligent interest in our new activities in one year than we had throughout the Beatle era.

Finally, about not telling anyone that I left the Beatles – PAUL and Klein both spent the day persuading me it was better not to say anything – asking me not to say anything because it would ‘hurt the Beatles’– and ‘let’s just let it petre out’ – remember? So get that into your petty little perversion of a mind, Mrs. McCartney – the c**ts asked me to keep quiet about it. Of course, the money angle is important – to all of us – especially after all the petty shit that came from your insane family/in laws – and GOD HELP YOU OUT, PAUL – see you in two years – I reckon you’ll be out then –

inspite of it all

love to you both,

from us two

P.S. about addressing your letter just to me – STILL….!!!

 

 

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Terra piatta in musica… E’ possibile?

Come persona informata sui fatti che ci circondano molto probabilmente sei al corrente di cosa sta accadendo a livello mondiale circa la nuova teoria della forma della Terra.

Le premesse sono di base semplici. La prima reazione naturale, ascoltando questa teoria,  è il sorriso. Poi si passa alla reazione rabbiosa e questo punto facile cadere nel tranello del dialogo interiore e del giudizio. Tutto questo centra con la musica. In che modo? Analizziamo prima le basi di questa teoria.

Le premesse di questa teoria

  • La NASA sembra che abbia diffuso per anni filmati totalmente falsi, artefatti grazie all’industria cinematografica di Hollywood. Grazie alle nuove tecnologie disponibili con dei programmi appositi è possibile verificare la bontà delle immagini. I programmi esistenti informatici mostrano delle lacune incredibili nella realtà costruita dalla NASA mostrata come realtà vera;
  • Sono stati mandati in orbita diversi palloni sonda da parte di privati ( e quindi non appartenenti alla NASA)  e il risultato e’ alquanto sconcertante: la terra non è un globo perfetto come ci hanno sempre mostrato e le cartine geografiche sono sfalsate nei posizionamenti e nelle dimensioni;
  • L’Antartide o Polo Sud ha una estensione ben maggiore del conosciuto ad esempio;
  • Esistono terre segnate su antiche mappe che sono state totalmente cancellate dalle ufficiali;
  • Il sole non è grande come ci hanno detto e compie una parabola diversa rispetto al nostro pianeta essendo legato fortemente a livello magnetico con la terra;
  • Gli esperimenti fatti dalla NASA hanno in effetti ben altro scopo;

Lo so che stai pensando e la prima reazione e’ quella di rifiutare tali argomentazioni. Questo perché si crea in  noi una dissonanza cognitiva.

La Dissonanza Cognitiva è lo stato di stress mentale o senso di disagio percepito da un individuo che si trova di fronte a nuove informazioni che vanno in conflitto con le proprie credenze, idee o valori .

Premesso inoltre che ognuno di noi è libero di pensare e credere in ciò che vuole, è possibile comunque osservare, ragionare sugli aspetti di questa teoria confrontandolo con il mondo della musica. Cerchiamo di capire e analizzare cosa sta transitando da diversi anni in alcuni parti di testi e video. Straordinariamente gli artisti si riferiscono all’astronomia, alla bugia creata ad hoc dalla NASA e hanno riferimenti precisi. Solo leggendo i testi con la chiave  astronomica, questi  assumono  una forma diversa cambiando il nostro punto di osservazione.

I Red Hot Chili Peppers sono forse i primi nei loro testi.

 

Risultati immagini per terra piatta

 

Seppur destabilizzante come informazione, non possiamo che farci qualche domanda sulle motivazioni che hanno spinto gli artisti a scrivere queste cose. Perchè avere riferimenti così specifici? Dove hanno attinto queste informazioni tanti anni fa?

I Red Hot Chili Peppers si sono spinti ancora più in là e presto esamineremo più accuratamente il loro messaggio su questo argomento. La dualità, la divisione del vero o del falso a noi non importa alla fine, ci interessa capire come la realtà possa assumere forme diverse.

 

A presto per aggiornamenti…

 

David